Capitolo III
I media e la costruzione della realtà percepita: evidenze dal Rapporto Eco media 2025
3.1 Il rapporto: contesto, obiettivi e metodologia
L’Osservatorio Eco Media, istituito nel 2014, ha l’obiettivo di monitorare come le tematiche ambientali vengono raccontate dai media mainstream. Il rapporto si impegna a fornire un’analisi qualitativa e quantitativa dei media e monitora gli atteggiamenti espressi su determinati temi.
L’arco temporale oggetto dell’analisi si estende dal 1° gennaio 2025 fino al 31 Dicembre 2025, esaminando i mezzi di stampa, il web, la radio, la tv e i social network.
Il metodo utilizzato prevede l’analisi delle citazioni, intesse come comparsa di una o più parole che identificano la categoria tematica all’interno degli articoli pubblicati su carta stampata, fonti online o trascrizioni di interviste e servizi televisive. La relazione indaga sui determinati cluster, ovvero tematiche individuate e analizza la loro frequenza, la distribuzione sui vari media e le parole più frequenti.
Lo stesso rapporto definisce “citazione” la comparsa di una o più parole chiave associate a un determinato cluster all’interno di un articolo, bisogna tener presente però che una maggiore quantità di citazioni non equivale necessariamente a una maggiore qualità dell’informazione né a una maggiore attenzione approfondita del problema. Il rapporto vuole infatti analizzare la visibilità mediatica senza però dimostrare l’effetto su comportamenti e percezioni del pubblico. Il rapporto eco media 2025 è importante per comprendere il contesto informativo all’interno del quale tale percezione può svilupparsi. La diversa visibilità attribuita ai temi ambientali e sociali costituisce pertanto un elemento preliminare per comprendere il possibile ruolo dei media nella costruzione della realtà percepita.
3.2 La gerarchizzazione delle crisi nell’agenda mediatica
L’analisi del Rapporto Eco Media 2025 consente innanzitutto di osservare come le tematiche ambientali e sociali non siano distribuite in maniera uniforme all’interno dell’agenda mediatica italiana. La presenza di un determinato tema nello spazio informativo, infatti, può variare considerevolmente in relazione alla sua capacità di attirare l’attenzione dei media e di inserirsi nelle dinamiche della comunicazione pubblica. In questa prospettiva, il rapporto permette di individuare una vera e propria gerarchizzazione delle tematiche, evidenziando quali problematiche abbiano acquisito maggiore visibilità nel corso del 2025.
Il monitoraggio effettuato dall’Osservatorio Eco Media prende in considerazione diversi cluster tematici, attraverso i quali vengono ricondotte le principali questioni legate all’ambiente, alla sostenibilità e alla dimensione sociale. I risultati relativi al 2025 mostrano una distribuzione significativamente differenziata delle citazioni. Il cluster maggiormente presente nell’informazione monitorata è quello relativo all’innovazione sociale, che raggiunge 1.373.770 citazioni. Al secondo posto si colloca il cluster “crisi”, con 1.013.566 citazioni, seguito da economia/economia circolare, con 935.528 citazioni. Seguono energia, con 782.583 citazioni, risorse, con 775.957, e biodiversità, con 724.861 citazioni. I cluster relativi a istituzioni e società, finanza sostenibile e trasporti registrano invece valori progressivamente inferiori, rispettivamente pari a 412.031, 348.831 e 217.92olo-0 citazioni.
| Posizione | Cluster | Citazioni 2025 |
| 1° | Innovazione sociale | 1.373.770 |
| 2° | Crisi | 1.013.566 |
| 3° | Economia | 935.528 |
| 4° | Energia | 782.583 |
| 5° | Risorse | 775.957 |
| 6° | Biodiversità | 724.861 |
| 7° | Istituzioni e società | 412.031 |
| 8° | Finanza sostenibile | 348.831 |
| 9° | Trasporti | 217.920 |
La distribuzione dei dati evidenzia quindi che la comunicazione ambientale non si sviluppa intorno a un unico tema dominante, ma attraverso una pluralità di questioni caratterizzate da livelli differenti di visibilità. Particolarmente significativo appare il posizionamento del cluster “crisi”, che con oltre un milione di citazioni rappresenta uno degli oggetti privilegiati dell’informazione ambientale nel corso del 2025. La crisi emerge dunque non come elemento marginale della comunicazione sulla sostenibilità, ma come una delle principali modalità attraverso cui le problematiche ambientali entrano nell’agenda mediatica.
3.2.1 I temi ambientali più presenti nei media italiani
I dati raccolti dal Rapporto Eco Media 2025 evidenziano una presenza fortemente differenziata dei diversi temi, mostrando come alcune problematiche risultino maggiormente visibili rispetto ad altre.
Il primo elemento che emerge è la posizione del cluster “innovazione sociale”, che nel corso del 2025 registra il numero più elevato di citazioni. Il dato mostra come l’informazione legata alla sostenibilità non sia riconducibile esclusivamente alla rappresentazione delle emergenze ambientali, trovano infatti ampio spazio tematiche relative all’innovazione, alle imprese, alla rigenerazione urbana, al terzo settore, all’impatto sociale e all’economia sociale.
Al secondo posto si colloca il cluster “crisi”, la cui distanza rispetto al primo cluster non impedisce tuttavia di considerarlo uno degli ambiti maggiormente presenti nell’informazione monitorata. La centralità della categoria “crisi” indica come le problematiche ambientali siano frequentemente inserite all’interno di una cornice narrativa caratterizzata da emergenza, rischio e cambiamento. Il termine “crisi”, inoltre, comprende fenomeni differenti tra loro, dal cambiamento climatico agli eventi meteorologici estremi, dall’inquinamento alla siccità e al dissesto del territorio.
Un ulteriore elemento significativo è rappresentato dal cluster “economia/economia circolare”, la sua posizione evidenzia la stretta relazione tra sostenibilità e dimensione economica all’interno del discorso mediatico. Le questioni ambientali vengono infatti frequentemente associate ai processi produttivi, all’utilizzo delle risorse, alla trasformazione dei modelli economici e alla ricerca di modalità di produzione e consumo considerate più sostenibili. Questo dato suggerisce che la sostenibilità anche come problema economico e organizzativo. Seguono i cluster relativi all’energia, alle risorse e alla biodiversità.
Una prima interpretazione dei dati porta quindi a individuare almeno tre grandi dimensioni attraverso cui la sostenibilità viene rappresentata nello spazio mediatico. La prima è quella della crisi, nella quale l’ambiente viene associato a fenomeni di rischio, emergenza e deterioramento, la seconda è quella della trasformazione economica e tecnologica, la terza è quella della conservazione delle risorse e degli ecosistemi, nella quale rientrano temi quali biodiversità e gestione delle risorse naturali.
Il dato quantitativo non consente tuttavia di stabilire quale interpretazione il pubblico attribuisca a tali questioni, né permette di determinare direttamente un effetto sulla percezione individuale. Esso evidenzia piuttosto la diversa esposizione potenziale ai vari temi all’interno dell’ambiente informativo, un’elevata frequenza può infatti derivare da modalità narrative molto differenti. È proprio questa distinzione tra visibilità e interpretazione a rendere significativo il passaggio dai dati quantitativi all’analisi qualitativa. Analizzare la composizione interna dei singoli cluster permette di verificare se la visibilità complessiva di una determinata tematica corrisponda a una rappresentazione ampia e articolata del fenomeno oppure se sia concentrata attorno ad alcuni specifici eventi, soggetti o parole chiave, in questo modo è possibile passare dalla domanda relativa a quanto si parla di una specifica tematica alla domanda relativa a come tale tematica viene raccontata.
3.3 La centralità delle “crisi”
Nel caso del Rapporto Eco Media 2025, la distinzione tra quantità e qualità appare particolarmente importante per il cluster “crisi”. La sua elevata presenza quantitativa non chiarisce infatti, da sola, quale idea di crisi venga proposta attraverso l’informazione.
Con 1.013.566 citazioni complessive si può capire come la dimensione della crisi costituisca una delle principali modalità attraverso cui le problematiche ambientali entrano nell’agenda dei media italiani.
Il termine crisi comprende una pluralità di fenomeni e problematiche differenti, ne è dimostrazione la presenza di espressioni come cambiamento climatico e alluvione, fenomeni caratterizzati da scale temporali e spaziali molto differenti. Infatti un’alluvione, costituisce un evento circoscritto e immediatamente osservabile, mentre il cambiamento climatico rappresenta un processo globale e di lungo periodo. La misurazione di questa categoria non rileva quindi un singolo fenomeno ma è il risultato dell’aggregazione di diverse categorie tematiche accomunate dalla loro relazione con situazioni di rischio ed emergenza.
All’interno di questo raggruppamento emergono alcune parole chiave con frequenze particolarmente elevate. Tra queste, il termine “inquinamento” registra 254.216 citazioni, seguito da “cambiamento climatico”, con 250.679 citazioni. Seguono “alluvione”, con 109.588 citazioni, “siccità”, con 107.144, “discarica”, con 94.574, “crisi climatica”, con 86.501, e “riscaldamento globale”, con 50.737 citazioni. Da un lato “cambiamento climatico”, “crisi climatica” e “riscaldamento globale” fanno riferimento a processi di carattere generale e strutturale, dall’altro termini come “alluvione”, “siccità”, “inquinamento” e “discarica” rimandano a fenomeni maggiormente concreti e immediatamente riconoscibili. La presenza contemporanea di queste categorie mostra quindi che la crisi ambientale viene raccontata attraverso livelli differenti: da un lato la dimensione sistemica del cambiamento ambientale, dall’altro le sue manifestazioni concrete e territorialmente localizzabili.
Il confronto tra le frequenze evidenzia una differenza tra le diverse modalità attraverso cui la crisi può essere rappresentata. “Inquinamento” e “cambiamento climatico” raggiungono valori molto simili, “alluvione” e “siccità” risultano inferiori pur rimanendo rilevanti, molto più contenuta la presenza del “riscaldamento globale”.
La frequenza di un tema contribuisce sicuramente a determinarne la visibilità nello spazio pubblico, ma la diversa frequenza delle parole che compongono le “crisi” permette di osservare quali aspetti della crisi ambientale siano maggiormente disponibili all’interno dell’ambiente informativo, mostrando quali specifiche manifestazioni possono essere più visibili di altre. La maggiore esposizione di uno specifico aspetto può contribuire a definire quali dimensioni della crisi siano maggiormente disponibili nel discorso pubblico e quindi protagonista di dibattiti collettivi.
Dopo questo tipo di analisi si può introdurre un altro aspetto, ovvero il rapporto tra visibilità e comprensione di un determinato fenomeno. Come è già stato accennato, la natura dei fenomeni incide sulla modalità attraverso cui essi vengono raccontati e di conseguenza anche compresi, infatti un’alluvione può essere immediatamente visualizzata e associata a conseguenze concrete, aspetto lontano da processi come il cambiamento climatico, a cui non basta un singolo evento per essere rappresentato.
3.3.1 La costruzione mediatica della crisi ambientale: tra evento e processo
L’analisi della presenza delle tematiche ambientali nei media non può limitarsi alla misurazione della loro frequenza. C’è un passaggio fondamentale dal quanto si parla al come si parla di un determinato evento, particolarmente rilevante è il caso della crisi climatica e ambientale, la cui complessità non permette una narrazione fluida e superficiale. In questa prospettiva, i dati del Rapporto Eco Media 2025 possono essere messi in relazione con le teorie del framing, della costruzione sociale della realtà e della realtà mediatica affrontate nei capitoli precedenti.
La crisi come evento
Una prima modalità di rappresentazione è quella che costruisce la crisi a partire dall’evento. Nel 2025, alluvione e siccità risultano rispettivamente la terza e la quarta parola più frequente all’interno del cluster “crisi”, la loro presenza è quindi quantitativamente rilevante e mostra come le manifestazioni concrete della crisi ambientale costituiscano una componente importante del discorso mediatico che permette di inserire tali specifiche tematiche facilmente all’interno della struttura narrativa dell’informazione giornalistica.
L’evento possiede infatti una caratteristica particolarmente funzionale alla logica giornalistica: è delimitabile. Un’alluvione può essere associata a una determinata data, a un territorio, a specifici danni e a conseguenze immediatamente visibili; una siccità può essere raccontata attraverso la scarsità d’acqua, le difficoltà dell’agricoltura o la riduzione delle risorse idriche. La crisi diventa così qualcosa che accade, che può essere osservato e documentato e attorno al quale costruire una narrazione.
Si determina in questo modo una struttura narrativa relativamente semplice: è successo qualcosa, si è prodotta un’emergenza, sono emerse conseguenze visibili e si rende necessario un intervento. L’evento permette quindi di tradurre una realtà complessa in una sequenza narrativa più immediata.
La scelta di raccontare un fenomeno ambientale attraverso un evento specifico non rappresenta infatti una descrizione completamente neutrale della realtà, ma contribuisce a selezionare una particolare dimensione del fenomeno. L’attenzione viene orientata verso ciò che è accaduto, verso i suoi effetti immediati e verso i soggetti coinvolti nell’emergenza. Si tratta di una dimensione event-based, ovvero quando la narrazione che parte dall’accadimento: qualcosa è successo e viene raccontato, una prospettiva centrata sull’evento privilegia il che cosa è successo. Essa non deve però essere considerata necessariamente come una modalità di rappresentazione riduttiva, l’evento svolge anche una funzione fondamentale di visibilizzazione della crisi. Fenomeni che altrimenti potrebbero risultare astratti o difficilmente percepibili diventano concreti attraverso le loro manifestazioni. Un’alluvione o una siccità consentono infatti di rendere immediatamente percepibile una trasformazione ambientale che, nella sua dimensione strutturale, può svilupparsi su periodi molto più lunghi.
L’evento costituisce una delle principali modalità attraverso cui la questione ambientale entra nello spazio informativo e viene trasformata in un fatto comunicabile.
La crisi come fenomeno strutturale
Accanto alla dimensione dell’evento emerge una seconda modalità di rappresentazione, nella quale la crisi viene presentata come processo strutturale. In questo caso il riferimento non è principalmente a qualcosa che accade in un momento specifico, ma a una trasformazione che si sviluppa nel tempo e che coinvolge relazioni tra cause, conseguenze e dinamiche di lungo periodo.
Appartengono a questa dimensione espressioni come cambiamento climatico, crisi climatica, riscaldamento globale, emissioni di gas serra e desertificazione. Questi termini non identificano necessariamente un singolo episodio, ma rimandano a processi complessi e progressivi. Il dato più significativo del rapporto è, in questo senso, rappresentato proprio dalla frequenza di cambiamento climatico: con 250.679 occorrenze, il termine si colloca immediatamente dopo inquinamentoe registra un numero di citazioni più che doppio rispetto a alluvionee siccità.
Questo elemento impedisce di interpretare il racconto della crisi esclusivamente come una successione di emergenze. I dati mostrano infatti che accanto alla rappresentazione degli effetti concreti esiste una consistente presenza di categorie linguistiche che rinviano direttamente alla dimensione strutturale del fenomeno.
In questo caso abbiamo a che fare con una narrazione process-based, ovvero quando parte da una trasformazione: un fenomeno si sviluppa nel tempo e gli eventi possono essere interpretati come manifestazioni di un processo più ampio. Tale prospettiva apre maggiormente alla domanda relativa al perché sta accadendo e come si inserisce all’interno di una trasformazione più ampia.
Il confronto tra alluvione e cambiamento climatico è particolarmente utile in questo senso. I due eventi differenti per luogo e tempo, condividono una grande visibilità mediatica dimostrando come la crisi viene quindi costruita contemporaneamente come manifestazione concreta e come processo strutturale. Questa compresenza può essere collegata al concetto di realtà percepita. Un pubblico che incontra la crisi prevalentemente attraverso eventi estremi può essere portato a conoscerla soprattutto attraverso le sue manifestazioni più immediate; un pubblico esposto anche a una narrazione centrata sui processi può invece disporre di categorie interpretative che permettono di collegare gli eventi a trasformazioni più ampie. Tale sovrapposizione è inoltre teoricamente importante, infatti l’evento rappresenta spesso il punto attraverso cui un processo strutturale diventa concretamente percepibile; il processo, a sua volta, fornisce una cornice interpretativa attraverso cui comprendere l’evento.
La rappresentazione mediatica appare dunque caratterizzata da una doppia dinamica. Da una parte, la crisi viene resa visibile attraverso gli eventi che ne manifestano gli effetti; dall’altra, viene interpretata attraverso categorie che consentono di collocare tali eventi all’interno di processi più ampi. È proprio in questo punto che il concetto di framing assume particolare rilevanza. Una cornice mediatica non viene costruita soltanto attraverso opinioni esplicite o giudizi, ma anche attraverso la selezione delle parole e dei concetti con cui un fenomeno viene nominato.
Questo non significa che l’utilizzo di una determinata parola produca necessariamente un’unica interpretazione. Il significato di una notizia dipende infatti dal contesto, dalla struttura dell’articolo o del servizio, dalle fonti citate e dalle modalità con cui vengono presentate cause e conseguenze. Bisogna ricordare che il dato quantitativo assume un significato teorico più ampio. La frequenza delle parole non viene considerata come una misura diretta della percezione del pubblico, ma come una fotografia dell’ambiente discorsivo nel quale quella percezione può formarsi.
3.4 Diversi media, diverse rappresentazioni
L’analisi della distribuzione delle citazioni tra i diversi mezzi di comunicazione permette di introdurre un ulteriore livello di lettura del Rapporto Eco Media 2025. Se, infatti, la quantità di contenuti dedicati alle tematiche ambientali consente di osservare la loro presenza nell’agenda mediatica, la distinzione tra web, stampa, televisione e radio permette di interrogarsi sulle diverse modalità attraverso cui tale presenza viene costruita e resa accessibile al pubblico. I diversi mezzi di comunicazione non costituiscono infatti semplicemente canali alternativi attraverso i quali vengono diffusi gli stessi contenuti, ma sono caratterizzati da differenti modalità produttive, linguaggi, tempi e forme di fruizione, perciò una determinata tematica all’interno dell’informazione ambientale può assumere caratteristiche differenti a seconda del mezzo nel quale viene rilevata.
Se si prende in esame il raggruppamento “crisi”, il Rapporto evidenzia una distribuzione fortemente sbilanciata a favore del web, che raccoglie il 64% delle citazioni, seguito dalla stampa con il 18%, dalla televisione con il 14% e dalla radio con il 4%. Questi dati mostrano la centralità dell’ambiente digitale nella produzione e nella circolazione dell’informazione relativa alle problematiche ambientali.
La diversa incidenza dei mezzi, tuttavia, non dovrebbe essere interpretata esclusivamente in termini quantitativi, infatti un numero maggiore di citazioni non implica necessariamente una maggiore capacità di approfondimento o un’influenza superiore sulla percezione. Ogni piattaforma possiede infatti caratteristiche proprie, legate ai tempi di produzione, ai formati utilizzati, alla possibilità di aggiornamento e alle modalità di fruizione da parte del pubblico. Se l’agenda mediatica contribuisce a determinare quali temi acquisiscano maggiore salienza nello spazio pubblico, il mezzo attraverso cui tali temi vengono presentati può contribuire a definirne anche le modalità di rappresentazione.
3.4.1 Il web: quantità e continuità e moltiplicazione dei contenuti
Il web rappresenta una componente centrale dell’ecosistema informativo analizzato dal Rapporto. Il suo peso quantitativo emerge con particolare evidenza nel caso dell’innovazione sociale, che nel complesso del 2025 presenta oltre un milione di citazioni provenienti dalle fonti online, pari al 73% delle citazioni complessive del cluster.
Lo stesso rapporto fornisce una prima interpretazione di questo risultato, osservando che il numero elevato di fonti web rispetto agli altri mezzi stampa e le differenti logiche editoriali fanno sì che le testate online producano tendenzialmente un numero maggiore di articoli rispetto alla stampa tradizionale. Diventa ancor più importante un concetto già ribadito: una maggiore quantità di citazioni sul web non può essere interpretata automaticamente come una maggiore attenzione sostanziale al tema. Una parte della differenza dipende infatti dalla struttura stessa del mezzo e dalla sua capacità di produrre un numero elevato di contenuti, infatti il web vanta di una caratteristica particolarmente rilevante: la possibilità di aggiornamento continuo. Il web permette di generare una successione di articoli, aggiornamenti, approfondimenti e rilanci garantendo continuità dei contenuti informativi, anche nell’arco della stessa giornata. Un evento ambientale può quindi generare una sequenza di contenuti successivi: dalla prima notizia alla cronaca degli sviluppi, dagli aggiornamenti istituzionali alle analisi, fino ai commenti e alle reazioni degli utenti. Questa caratteristica si rivela significativamente importante nel caso delle crisi ambientali, molte delle quali presentano una forte componente emergenziale, tanto che il cluster “crisi” viene ricoperto per il 64% dalla rappresentazione via web. Un’alluvione, un incendio, un episodio di inquinamento o un fenomeno meteorologico estremo possono infatti produrre un’elevata quantità di contenuti in un arco temporale molto breve. La centralità di questo canale informativo non deve tuttavia essere interpretata automaticamente come una maggiore profondità della rappresentazione, la stessa abbondanza di contenuti può produrre una frammentazione dell’attenzione, nella quale informazioni differenti, aggiornamenti successivi e interpretazioni diverse competono simultaneamente per la visibilità.
Osservando poi la classifica delle fonti più attive per quanto riguarda la tematica delle crisi, troviamo al primo posto ilrestodelcarlino.it, che si conferma il quotidiano più attento, seguono poi ansa.it e meteoweb.eu.
3.4.2 La stampa: approfondimento e selezione
La carta stampata presenta una configurazione differente. Si può notare infatti come il cluster “crisi” risulta quello maggiormente trattato dalla stampa con 182.843 citazioni
La stampa copre infatti il 18% della rappresentazione del raggruppamento “crisi”.
Questo tipo di media può dare maggiore opportunità in relazione ai processi di selezione e contestualizzazione delle informazioni e uno spazio editoriale più strutturato consente di affiancare alla cronaca elementi di spiegazione, analisi e interpretazione. Se si considerano in modo specifico le crisi ambientali, esse possono essere raccontate attraverso la cronaca dell’emergenza, ma attraverso la carta stampata, possono anche essere inserite all’interno di questioni più ampie. Questo tipo di mezzo di comunicazione permette quindi di non fermarsi alla cronaca del singolo evento ma di fare luce a condizioni più complesse, offrendo un quadro generale delle circostanze attuali. Avere un mezzo che permette ciò non vuol dire obbligatoriamente che questo processo avvenga.
I dati relativi alla stampa permettono inoltre di individuare almeno due caratteristiche della rappresentazione della crisi ambientale. La prima riguarda la forte dimensione territoriale della produzione informativa, evidenziata dalla produzione prevalente in edizioni locali dei quotidiani (55%) seguiti da quotidiani locali (28%), periodici (con il 10%) e infine i quotidiani nazionali (7%); nel 2025 infatti tra le testate che hanno pubblicato il maggior numero di articoli relativi alla tematica “crisi” si trovano Il Resto del Carlino, con le edizioni di Ravenna e Forlì, rispettivamente con 1.660 e 1.619 menzioni, seguita da La Sicilia, con 1.568 citazioni, e da La Gazzetta del Mezzogiorno, con 1.477. Nelle posizioni successive della classifica compaiono inoltre diverse edizioni locali della Gazzetta del Mezzogiorno, riferite a specifici territori della Puglia e della Basilicata. La distribuzione delle fonti più prolifiche conferma pertanto la rilevanza dell’informazione territoriale.
La seconda caratteristica riguarda la pluralità delle dimensioni semantiche attraverso cui la crisi viene raccontata, nella quale convivono fenomeni concreti ed eventi locali e processi ambientali più ampi.
3.4.3 La televisione: l’importanza della dimensione visiva
La televisione introduce una dimensione rilevante: quella della visualità. Le tematiche ambientali e sociali possiedono spesso una forte componente visiva. Immagini di territori allagati, incendi, infrastrutture danneggiate, fiumi in piena o paesaggi colpiti dalla siccità consentono di rendere immediatamente concreto un fenomeno che, altrimenti, potrebbe risultare astratto o difficilmente percepibile. La televisione può quindi contribuire alla costruzione della salienza attraverso la capacità delle immagini di associare la crisi a luoghi, persone e situazioni concrete, l’evento diventa così non soltanto qualcosa di cui si parla, ma qualcosa che viene mostrato.
Attraverso la televisione un fenomeno complesso e di lungo periodo, come il cambiamento climatico, può infatti essere tradotto televisivamente attraverso immagini di eventi specifici, attraverso un linguaggio audiovisivo che rende particolarmente efficace il racconto di specifiche situazioni.
Analizzando sempre nello specifico il cluster “crisi”, la sua rappresentazione totale viene presa in carico per il 14% della televisione e come sulla carta stampata, anche nel palinsesto televisivo sono le fonti locali a diffondere in misura maggiore l’informazione ambientale. Le tv locali coprono il 77% delle citazioni riguardanti la tematica crisi su questo mezzo di informazione, mentre il restante 27% è coperto dai servizi dei canali nazionali.
3.4.4 La radio: territorialità e prossimità
La radio costituisce il palinsesto con il peso quantitativo più ridotto all’interno dell’analisi complessiva, ma presenta una caratteristica specifica particolarmente interessante: biodiversità è il cluster maggiormente citato nel palinsesto radiofonico con 58.853 citazioni. Ciò dimostra che la stessa idea generale di “informazione ambientale” può essere articolata in agende tematiche differenti. La specificità radiofonica risiede in una modalità di fruizione caratterizzata dalla centralità della voce, della narrazione e, soprattutto in determinati contesti, della prossimità territoriale.
Si noti anche che il rapporto segnala una maggiore polarizzazione della radio rispetto alle specifiche tematiche: risorse, economia e trasporti risultano affrontati maggiormente dalle radio locali, dimostrazione di come le questioni ambientali possono essere particolarmente legate al territorio nel quale vengono discusse: gestione delle risorse idriche, mobilità, agricoltura, trasporti e sviluppo economico assumono significati differenti a seconda dei contesti locali. La radio può quindi essere considerata come un ulteriore spazio nel quale la costruzione della realtà ambientale si intreccia con la dimensione territoriale e con gli interessi delle comunità di riferimento.
Nel racconto delle crisi ambientali, questo tipo di canale di informazione può essere strategico quando gli eventi interessano territori specifici, nonostante la distribuzione tra radio nazionali e locali sia ben bilanciata. Un’alluvione, un incendio o un episodio di inquinamento possono essere raccontati attraverso testimonianze, interventi di amministratori locali, comunicazioni alla popolazione e aggiornamenti relativi alla situazione del territorio. La radio può quindi contribuire a costruire una rappresentazione della crisi maggiormente legata all’esperienza quotidiana e alla dimensione locale, si può pensare che invece trovi più difficoltà nel racconto di situazioni generali, se non con possibili interventi e interviste ad esperti e opinionisti.
La distribuzione delle citazioni tra web, stampa, televisione e radio evidenzia dunque che la crisi ambientale non entra nello spazio pubblico attraverso un unico canale comunicativo. Al contrario, essa viene inserita all’interno di ambienti mediali caratterizzati da differenti modalità di produzione, selezione e rappresentazione dell’informazione. Il web privilegia la continuità e l’aggiornamento, la stampa può favorire processi di selezione e contestualizzazione, la televisione dispone della forza comunicativa dell’immagine, mentre la radio può valorizzare dimensioni di prossimità e territorialità. L’elemento centrale per la presente ricerca è quindi che non esiste un’unica agenda mediatica. La piattaforma attraverso cui un problema viene raccontato contribuisce pertanto a definire le condizioni della sua visibilità e le forme attraverso cui esso può essere interpretato dal pubblico. In questo senso, la pluralità dei media rappresenta un ulteriore livello del processo di costruzione della realtà: non cambia soltanto quanto di una crisi viene raccontato, ma può contribuire a determinare anche come quella crisi viene resa conoscibile e significativa.
3.5 La dimensione temporale della crisi mediatica
La visibilità di una problematica all’interno dello spazio pubblico non dipende esclusivamente dalla quantità complessiva di attenzione che i media le dedicano, ma anche dalla sua distribuzione nel tempo. Analizzare l’andamento mensile delle citazioni permette infatti di osservare se una tematica mantenga una presenza costante nell’agenda mediatica oppure se sia caratterizzata da momenti di maggiore e minore salienza.
Nel Rapporto Eco Media 2025 si trova l’andamento mensile delle citazioni relative ai diversi cluster durante l’intero anno, evidenziando una presenza continuativa delle tematiche ambientali nei media italiani, ma rilevando contemporaneamente alcune oscillazioni ricorrenti. In particolare, tra gennaio e giugno le curve dei diversi cluster mostrano un andamento relativamente stabile; nei mesi estivi si registra invece una diminuzione delle citazioni, particolarmente evidente ad agosto, alla quale segue una nuova crescita tra agosto e novembre. Nel mese di dicembre si osserva infine una nuova flessione. È da precisare che la diminuzione estiva, almeno in parte, può essere collegata alla riduzione delle pubblicazioni dovuta alla pausa estiva.
Il fatto che una problematica venga citata durante tutto l’anno indica una sua presenza continuativa nell’ambiente informativo, ma non significa che essa riceva la stessa quantità di attenzione in ogni momento. La distribuzione mensile mostra infatti che l’agenda mediatica è caratterizzata da variazioni nella visibilità dei temi, con momenti nei quali determinati problemi acquisiscono una maggiore centralità.
Il cluster “crisi” costituisce un caso particolarmente significativo. Nel 2025 esso rappresenta la seconda tematica più citata nell’insieme dei palinsesti monitorati, con 1.013.566 citazioni, e il Rapporto lo descrive come complessivamente stabile nel tempo. Le citazioni si collocano generalmente tra le 80.000 e le 95.000 menzioni mensili.
Il punto di massima attenzione viene raggiunto nel mese di luglio con 105.950 citazioni, attraverso questo dato si può anche dedurre che l’impennata del numero di citazioni riguardo le crisi possa essere associato alle “crisi di caldo”, protagoniste nei mesi estivi come luglio. In questo mese tali citazioni possono essere collegate a diverse tematiche come ondate di calore e conseguenti incendi boschivi, siccità e crisi idriche per parlare della carenza di acqua nei fiumi e nell’agricoltura, crisi energetica con un picco dei consumi dovuto anche ai condizionatori. Le flessioni più evidenti invece si verificano nei mesi di agosto e dicembre.
Non si tratta quindi di una tematica che compare esclusivamente in corrispondenza di singoli eventi, ma di un tema che mantiene una visibilità durante l’intero arco dell’anno. Allo stesso tempo, la presenza di picchi suggerisce che la quantità di attenzione attribuita alla crisi possa essere influenzata da specifiche circostanze, eventi o condizioni informative[CR1] .
3.6 L’immagine proposta del problema: l’esempio della biodiversità
L’analisi della biodiversità permette di approfondire ulteriormente il rapporto tra visibilità e rappresentazione dei temi ambientali. Nel Rapporto Eco Media 2025 il cluster «biodiversità» raggiunge 724.861 citazioni, collocandosi al sesto posto tra le tematiche monitorate. Il dato evidenzia una presenza rilevante della biodiversità nell’informazione ambientale, ma il numero complessivo delle citazioni non permette ancora di capire quale immagine del problema venga effettivamente proposta dai media.
Un’indicazione più significativa emerge dall’analisi delle parole maggiormente associate al cluster. Tra i termini più frequenti compaiono infatti orso (433.344 citazioni), lupi (165.818), lupo (240.577), orsi (226.082) e parco nazionale (106.928). Al contrario, l’espressione «conservazione della biodiversità» compare soltanto 59 volte.
Questa distribuzione mostra una forte concentrazione della rappresentazione intorno a singole specie e luoghi concreti, mentre risultano molto meno presenti le formulazioni che richiamano direttamente la biodiversità come problema sistemico di conservazione. La biodiversità viene quindi resa visibile soprattutto attraverso elementi specifici, facilmente identificabili e narrabili, piuttosto che attraverso il concetto astratto nella sua dimensione complessiva.
Il dato non significa che i media ignorino la conservazione della biodiversità. Mostra piuttosto che la biodiversità tende a essere concretizzata attraverso determinati soggetti. Il problema ecologico viene così tradotto in una serie di casi specifici.
Questo esempio permette di introdurre il concetto di selezione nella rappresentazione mediatica. La realtà della biodiversità comprende infatti una molteplicità di processi e problematiche (perdita di habitat, riduzione delle popolazioni, frammentazione degli ecosistemi, specie invasive e conservazione degli equilibri ecologici) ma la realtà mediale non può riprodurre questa complessità nella sua interezza.
Il caso della biodiversità mostra quindi che la salienza quantitativa non coincide necessariamente con una rappresentazione altrettanto ampia del fenomeno.
Un tema può essere molto presente nell’agenda mediatica e, allo stesso tempo, essere rappresentato attraverso un numero ristretto di elementi ricorrenti. La questione non riguarda soltanto la biodiversità, ma in generale alcune tematiche costruiscono la loro realtà mediatica non soltanto attraverso la quantità di attenzione assegnata a un problema, ma anche dalla selezione degli elementi attraverso i quali quel problema viene raccontato.
3.7 La dimensione sociale della sostenibilità e della crisi
L’analisi mostra che la rappresentazione delle problematiche ambientali non è separabile dalla loro dimensione sociale ed economica. Un dato particolarmente significativo è rappresentato dal cluster «innovazione sociale», che come abbiamo visto, con 1.373.770 citazioni risulta la tematica più presente nell’insieme dei palinsesti monitorati.
La centralità dell’innovazione sociale potrebbe suggerire una forte attenzione dei media verso il rapporto tra sostenibilità e trasformazione della società.
Tra le parole maggiormente ricorrenti compaiono infatti innovazione, imprese, aziende, rigenerazione urbana, terzo settore, impatto sociale, impresa sociale ed economia sociale. Questa distribuzione permette di individuare una caratteristica della rappresentazione mediatica: la dimensione sociale della sostenibilità viene frequentemente resa concreta attraverso soggetti, organizzazioni e strumenti di intervento. La questione non appare quindi soltanto come un problema sociale da descrivere, ma anche come un ambito nel quale operano imprese, istituzioni, organizzazioni del terzo settore e altri attori capaci di proporre soluzioni. Il dato introduce una differenza importante, nel cluster «crisi», l’attenzione è maggiormente associata a fenomeni ed eventi problematici; nel cluster «innovazione sociale», invece, la terminologia individuata dal Rapporto richiama più frequentemente azioni, soggetti e processi di trasformazione. La sostenibilità viene così rappresentata anche attraverso la capacità della società di intervenire sui problemi. Questa caratteristica può essere letta come una forma di selezione della prospettiva attraverso cui la crisi viene raccontata. Se la dimensione ambientale può essere rappresentata attraverso emergenze, danni e fenomeni critici, la dimensione sociale viene in parte costruita attraverso le risposte che diversi attori propongono a tali problemi. Ne deriva una rappresentazione nella quale acquistano visibilità non soltanto le conseguenze della crisi, ma anche le pratiche e gli strumenti attraverso cui viene affrontata.
La crisi ambientale e sociale non viene infatti rappresentata esclusivamente come una situazione di emergenza, ma anche come uno spazio di intervento e trasformazione, non soltanto come qualcosa che accade, ma anche come qualcosa su cui diversi soggetti possono agire.
Il cluster «innovazione sociale» mostra dunque che la costruzione mediatica della crisi non riguarda soltanto la scelta dei problemi da rendere visibili, ma anche la scelta delle risposte, degli attori e delle prospettive attraverso cui interpretarli. È questo passaggio che rende la semplice presenza di un tema nell’agenda mediatica alla più ampia questione della costruzione della realtà percepita.
FINE FINE FINE FINE FINE
Introduzione
Negli ultimi decenni il sistema dell’informazione ha assunto un ruolo sempre più centrale nella costruzione, nella percezione e nell’interpretazione della realtà. Lo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione, in particolare dei social network e delle piattaforme digitali, ha reso l’accesso alle notizie sempre più rapido e immediato, ma ha anche intensificato la competizione per l’attenzione del pubblico. In questo contesto, la rappresentazione delle crisi ambientali e sociali non dipende esclusivamente dalla loro gravità oggettiva, bensì anche dal modo in cui tali eventi vengono selezionati, raccontati e diffusi dai mezzi di comunicazione. I media svolgono infatti un ruolo fondamentale nella costruzione della realtà percepita. Attraverso la selezione delle notizie, la definizione delle priorità informative e le modalità narrative adottate, essi contribuiscono a determinare quali eventi assumono rilevanza agli occhi dell’opinione pubblica e quali, invece, rimangono ai margini del dibattito. Tale processo è ulteriormente influenzato dagli algoritmi delle piattaforme digitali, che personalizzano i contenuti in base agli interessi e ai comportamenti degli utenti, modificando l’esposizione alle informazioni e contribuendo alla formazione di percezioni differenti della stessa realtà. Alcuni eventi ricevono una copertura mediatica intensa e continuativa, mobilitando l’opinione pubblica e le istituzioni, mentre altre crisi, pur caratterizzate da conseguenze altrettanto gravi, ottengono una visibilità limitata o temporanea.
Ne deriva una percezione pubblica che non sempre riflette la reale entità dei fenomeni, ma che è influenzata dalla quantità, dalla frequenza e dalle modalità con cui le notizie vengono presentate. Mentre il mondo si trova ad affrontare crisi globali sempre più frequenti, complesse e devastanti, l’attenzione e la preoccupazione dell’opinione pubblica tendono spesso a concentrarsi su problematiche circoscritte o di minore portata. Al contrario, questioni di rilevanza globale, quali l’inquinamento, il cambiamento climatico, le disuguaglianze sociali o le tensioni geopolitiche, pur incidendo profondamente sulla vita delle persone, ricevono un’attenzione discontinua e risultano spesso percepite come distanti. Nella maggior parte dei casi, tali fenomeni acquisiscono centralità solo quando producono conseguenze dirette sulla vita degli individui o colpiscono territori geograficamente e culturalmente vicini.
La presente ricerca si propone di analizzare il ruolo dei media nella costruzione della percezione delle crisi ambientali e sociali, approfondendo i principali meccanismi teorici che regolano la produzione, la selezione e la diffusione dell’informazione.
L’obiettivo principale è studiare come la percezione del pubblico vari in relazione alla copertura mediatica di differenti crisi ambientali e sociali, mettendo a confronto il livello di attenzione riservato dai media con la rilevanza oggettiva degli eventi. Attraverso un’analisi della copertura giornalistica e della rappresentazione delle crisi nei mezzi di comunicazione, la ricerca intende verificare se esista una correlazione tra la visibilità mediatica di un evento e il grado di consapevolezza, preoccupazione e importanza attribuito dal pubblico. Questo percorso intende contribuire alla comprensione del rapporto tra informazione e percezione della realtà, evidenziando come le dinamiche dei media tradizionali e digitali possano influenzare non solo ciò che il pubblico conosce, ma anche il modo in cui attribuisce importanza alle crisi che caratterizzano la società contemporanea.
(possibile incremento specifico capitolo per capitolo)
Capitolo I
La realtà percepita: il quadro teorico
La realtà che gli individui percepiscono non coincide necessariamente con la realtà oggettiva, ma è piuttosto il risultato di un processo di mediazione cognitivo e sociale nel quale i mezzi di comunicazione svolgono un ruolo centrale. Nel corrente ecosistema informativo, caratterizzato dalla coesistenza di media tradizionali e piattaforme digitali, la selezione, la gerarchizzazione e la diffusione delle notizie contribuiscono a orientare l’attenzione pubblica, influenzando il modo in cui le crisi ambientali e sociali vengono comprese, interpretate e valutate. Comprendere i meccanismi attraverso cui si forma la realtà percepita costituisce quindi un presupposto essenziale per analizzare il rapporto tra informazione, opinione pubblica e costruzione sociale dei fenomeni contemporanei.
1.1 Realtà, percezione e comunicazione
La realtà osservata e interpretata dagli individui non rappresenta una riproduzione fedele del mondo esterno, bensì il risultato di un processo di elaborazione attraverso il quale gli stimoli provenienti dall’ambiente vengono selezionati, organizzati e interpretati. La percezione costituisce infatti un’attività cognitiva complessa che consente di attribuire significato a persone, oggetti ed eventi integrando le informazioni sensoriali con conoscenze pregresse, esperienze personali, valori, convinzioni, emozioni e aspettative. Di conseguenza, individui diversi possono attribuire significati differenti alla medesima situazione pur disponendo delle stesse informazioni, dal momento che ciascuno interpreta la realtà attraverso specifici schemi cognitivi e culturali.
Con il termine realtà percepita si indica proprio questa rappresentazione soggettiva del mondo, costruita dall’interazione tra gli stimoli provenienti dall’ambiente e i processi cognitivi di ogni individuo. Essa si distingue dalla realtà oggettiva, la quale è costituita dall’insieme dei fatti osservabili e verificabili indipendentemente dall’osservatore, mentre la realtà percepita coincide con la realtà fenomenica, ovvero con il modo in cui ciascun soggetto sperimenta e interpreta il mondo circostante. La costruzione della realtà percepita si sviluppa attraverso due fasi fondamentali: la sensazione, mediante la quale gli organi di senso rilevano gli stimoli ambientali, e la percezione, ossia il processo cognitivo che organizza tali informazioni, attribuendo loro un significato coerente con il patrimonio di conoscenze e con le esperienze pregresse dell’individuo.
Questo processo non dipende esclusivamente dalle caratteristiche biologiche della percezione, ma è influenzato da molteplici fattori individuali e contestuali. Convinzioni, valori, atteggiamenti, motivazioni ed emozioni contribuiscono a orientare l’interpretazione della realtà, così come le esperienze accumulate nel corso della vita e il contesto sociale e culturale di appartenenza. Ogni nuova informazione viene infatti elaborata attraverso schemi interpretativi già esistenti, che permettono di semplificare la complessità del mondo ma possono anche condurre a rappresentazioni parziali o distorte della realtà.
Questa prospettiva trova un importante fondamento teorico nella sociologia della conoscenza di Peter L. Berger e Thomas Luckmann, secondo i quali la realtà sociale non costituisce un dato naturale e immutabile, ma è il risultato di un processo di costruzione collettiva che prende forma attraverso le interazioni tra gli individui e le istituzioni. Nel loro volume La realtà come costruzione sociale (1966), gli autori sostengono che conoscenze, valori e norme vengono prodotti socialmente, oggettivati e successivamente interiorizzati dagli individui fino a essere percepiti come elementi naturali della realtà[1]. La realtà condivisa è quindi il prodotto di un continuo processo di attribuzione di significato, nel quale linguaggio, cultura e istituzioni svolgono un ruolo determinante.
Tra le istituzioni che maggiormente contribuiscono alla costruzione della realtà sociale occupano una posizione centrale i mezzi di comunicazione. Essi non si limitano a trasmettere informazioni, ma selezionano gli eventi da raccontare, li organizzano secondo specifiche gerarchie di rilevanza e li inseriscono all’interno di particolari cornici interpretative. La rappresentazione mediatica delle crisi ambientali, economiche o sociali contribuisce quindi a definire ciò che viene percepito come importante, urgente o meritevole di attenzione da parte dell’opinione pubblica.
Questa riflessione è ulteriormente sviluppata da Marshall McLuhan, il quale afferma che “the medium is the message”[2]. Secondo il teorico canadese, il vero impatto della comunicazione non dipende esclusivamente dai contenuti trasmessi, ma soprattutto dal mezzo attraverso cui tali contenuti vengono veicolati. Ogni tecnologia della comunicazione modifica infatti le modalità con cui gli individui percepiscono il mondo, organizzano la conoscenza e costruiscono le relazioni sociali. L’avvento della televisione prima e delle piattaforme digitali poi, ha profondamente trasformato il modo in cui le crisi vengono rappresentate e vissute, aumentando la velocità della circolazione delle informazioni e l’intensità del coinvolgimento emotivo del pubblico.
A tale prospettiva si collega il contributo di Walter Lippmann che, nel volume Public Opinion (1922), introduce il concetto di pseudo-environment, sostenendo che gli individui non reagiscono direttamente alla realtà, bensì alle immagini mentali che ne costruiscono. Poiché nessuno può conoscere in modo diretto tutti gli eventi che caratterizzano la società contemporanea, gran parte della conoscenza deriva dalle rappresentazioni offerte dai mezzi di comunicazione. Come osserva lo stesso autore, “For the most part we do not first see, and then define; we define first and then see”[3], ovvero “per la maggior parte delle volte non osserviamo prima e poi definiamo; definiamo prima e poi osserviamo”. La selezione delle notizie, il linguaggio utilizzato, la frequenza con cui un tema viene trattato e le modalità della sua rappresentazione influenzano quindi la formazione dell’opinione pubblica e la percezione collettiva delle crisi.
Nell’attuale rete mediatica, caratterizzata dalla convergenza tra media tradizionali, piattaforme digitali e social network, tali dinamiche assumono un’importanza ancora maggiore. La continua esposizione ai contenuti informativi, la personalizzazione algoritmica delle notizie e la rapidità della comunicazione contribuiscono a costruire rappresentazioni della realtà che orientano atteggiamenti, giudizi e comportamenti individuali. La distinzione tra realtà oggettiva e realtà percepita diventa pertanto un elemento centrale per comprendere come si formano le opinioni sui grandi temi contemporanei, in particolare sulle crisi ambientali e sociali, che la maggior parte dei cittadini conosce prevalentemente attraverso la mediazione dei mezzi di comunicazione.
1.2 I media e la costruzione dell’opinione pubblica
I mezzi di comunicazione rappresentano uno degli strumenti fondamentali attraverso cui gli individui acquisiscono conoscenze sul mondo e su ciò che accade intorno ad esso, essi costruiscono la propria interpretazione della realtà sociale. Con il termine mass media si fa riferimento all’insieme dei sistemi comunicativi capaci di raggiungere un pubblico ampio e diversificato attraverso strumenti tecnologici che consentono la produzione e la diffusione di contenuti informativi, culturali e simbolici. Secondo Denis McQuail, i media costituiscono istituzioni sociali caratterizzate da specifiche funzioni nella società contemporanea, poiché non svolgono soltanto un’attività di trasmissione delle informazioni, ma partecipano ai processi di costruzione del significato, di formazione dell’identità collettiva e di organizzazione della conoscenza sociale[4]. Nelle società contemporanee, caratterizzate da una crescente complessità politica, economica e ambientale, l’esperienza diretta non è sufficiente per comprendere la maggior parte degli eventi che interessano la collettività. Fenomeni come il cambiamento climatico, le crisi economiche, le emergenze sanitarie, i conflitti internazionali e le trasformazioni sociali si sviluppano spesso su scale temporali e geografiche lontane dalla vita quotidiana degli individui. Di conseguenza, la conoscenza di tali fenomeni deriva in larga misura dalla loro rappresentazione attraverso i mezzi di comunicazione. I media assumono quindi una funzione di mediazione tra la realtà e il pubblico, contribuendo a definire il modo in cui gli eventi vengono conosciuti, interpretati e discussi.
L’evoluzione dei sistemi comunicativi ha modificato profondamente il rapporto tra individui, informazione e società. La nascita della stampa periodica ha rappresentato il primo grande cambiamento nella diffusione della conoscenza, permettendo la circolazione regolare di informazioni presso un pubblico sempre più ampio. Successivamente, radio e televisione hanno dato origine alla comunicazione di massa, caratterizzata da un modello prevalentemente verticale e unidirezionale, definito come comunicazione one-to-many: pochi soggetti produttori di contenuti, come editori, giornalisti o emittenti televisive, comunicavano verso una vasta platea di destinatari. Questo modello ha caratterizzato gran parte del Novecento, attribuendo ai media tradizionali un ruolo centrale nella selezione e nella diffusione delle informazioni. Il pubblico era principalmente considerato un destinatario dei messaggi mediali, mentre la produzione dei contenuti rimaneva concentrata nelle mani di organizzazioni professionali dotate di risorse tecnologiche ed economiche. Tale configurazione ha favorito una forte capacità dei media di orientare il dibattito pubblico attraverso la scelta degli eventi da raccontare e le modalità della loro rappresentazione.
Con l’avvento di Internet e, successivamente, delle piattaforme digitali e dei social media, il sistema comunicativo ha subito una trasformazione radicale. Il modello tradizionale one-to-many è stato affiancato da una comunicazione many-to-many, nella quale numerosi soggetti possono contemporaneamente produrre, distribuire e commentare contenuti. Secondo John B. Thompson, la modernità ha determinato una crescente mediatizzazione delle relazioni sociali, trasformando i media in ambienti attraverso cui gli individui costruiscono rapporti, significati e forme di partecipazione pubblica[5]. La comunicazione digitale ha quindi ampliato le possibilità di accesso e partecipazione, consentendo ai cittadini di intervenire direttamente nel processo informativo. Tuttavia, questa maggiore apertura ha prodotto anche nuove problematiche: l’aumento esponenziale dei contenuti disponibili, la frammentazione delle fonti, la diffusione di informazioni non verificate e la difficoltà nel distinguere tra informazione professionale, opinione personale e contenuti manipolati. Nell’attuale sistema mediale, il problema non riguarda più soltanto l’accesso alle informazioni, ma anche la capacità di orientarsi all’interno di un ambiente informativo complesso.
Tra le funzioni principali dei mezzi di comunicazione assume particolare rilevanza la funzione informativa. I media raccolgono, selezionano e diffondono informazioni relative agli eventi che interessano la società, permettendo ai cittadini di conoscere fenomeni che non potrebbero osservare direttamente. Questa funzione risulta essenziale per il funzionamento delle democrazie contemporanee, poiché la partecipazione politica e sociale richiede la disponibilità di informazioni affidabili attraverso cui elaborare giudizi e opinioni. McQuail individua nella sorveglianza dell’ambiente sociale una delle funzioni fondamentali dei media: attraverso la diffusione delle informazioni, essi segnalano cambiamenti, opportunità e rischi presenti nella società[6]. Nel caso delle crisi ambientali, ad esempio, i media rappresentano spesso il principale strumento attraverso cui i cittadini vengono a conoscenza di fenomeni complessi come il riscaldamento globale, la perdita della biodiversità o gli effetti dell’inquinamento. Senza la mediazione comunicativa, molti di questi processi rimarrebbero difficilmente percepibili nella loro dimensione globale e nel loro sviluppo temporale spesso a causa di specificità del tema e poco coinvolgimento individuale.
Oltre alla funzione informativa, i media svolgono una fondamentale funzione interpretativa. Le notizie non costituiscono una semplice riproduzione della realtà, ma vengono organizzate attraverso processi di selezione, contestualizzazione e attribuzione di significato. Ogni evento viene inserito all’interno di una narrazione che comprende la scelta delle fonti, il linguaggio utilizzato, le immagini proposte e il collegamento con altri fenomeni. Attraverso queste modalità rappresentative, i media contribuiscono a costruire le categorie attraverso cui il pubblico interpreta la realtà sociale. Questa funzione interpretativa è particolarmente evidente nel trattamento delle crisi ambientali e sociali. Fenomeni caratterizzati da elevata complessità scientifica e da conseguenze spesso distribuite nel lungo periodo necessitano di una traduzione comunicativa che li renda comprensibili al grande pubblico. Il modo in cui una crisi viene raccontata può influenzare la percezione della sua gravità, della sua urgenza e della responsabilità attribuita ai diversi attori coinvolti.
Il rapporto tra comunicazione e opinione pubblica è stato analizzato in modo fondamentale da Walter Lippmann. Nel già citato volume Public Opinion (1922), l’autore sostiene che gli individui non possiedono una conoscenza diretta della maggior parte degli eventi sociali, ma costruiscono immagini mentali del mondo attraverso informazioni indirettecostruendo una realtà simbolica e semplificata che gli individui utilizzano per orientarsi nella complessità del mondo contemporaneo. Le opinioni pubbliche si formano quindi non soltanto sulla base dei fatti, ma anche attraverso le rappresentazioni che circolano nello spazio comunicativo.
Una prospettiva complementare è proposta da Jürgen Habermas, che collega il concetto di opinione pubblica al funzionamento della democrazia. Nella sua analisi della sfera pubblica, Habermas descrive uno spazio sociale nel quale i cittadini possono confrontarsi razionalmente su questioni di interesse collettivo attraverso lo scambio di argomentazioni e informazioni[7]. In questo processo i media svolgono una funzione fondamentale, poiché permettono la circolazione delle idee e rendono visibili i problemi che richiedono un confronto pubblico. Tuttavia, Habermas evidenzia anche le tensioni presenti nel rapporto tra media e democrazia. Quando la comunicazione pubblica è influenzata prevalentemente da interessi economici, logiche commerciali o strategie persuasive, il dibattito collettivo può perdere la propria funzione critica e trasformarsi in uno spazio dominato dalla spettacolarizzazione e dalla semplificazione. La qualità della democrazia dipende quindi anche dalla qualità dell’ambiente comunicativo nel quale si formano le opinioni dei cittadini. In questa prospettiva, i media assumono una duplice funzione: da un lato costituiscono strumenti indispensabili per informare i cittadini e favorire la partecipazione democratica; dall’altro rappresentano attori capaci di influenzare la costruzione sociale della realtà attraverso le modalità con cui selezionano e rappresentano gli eventi. La loro influenza non deriva soltanto dalla quantità di informazioni diffuse, ma anche dalla capacità di fornire interpretazioni condivise attraverso cui gli individui attribuiscono significato ai fenomeni sociali.
Nel contesto delle crisi ambientali e sociali contemporanee, questa funzione assume un’importanza particolare. La maggior parte delle persone conosce tali fenomeni principalmente attraverso rappresentazioni mediali, poiché la loro dimensione globale rende spesso impossibile un’esperienza diretta. Per questo motivo, comprendere il ruolo dei media nella formazione dell’opinione pubblica costituisce un passaggio fondamentale per analizzare come la società costruisce la propria percezione delle crisi e dei rischi collettivi.
1.3 Agenda Setting e gerarchia delle notizie
La relazione tra media e percezione della realtà sociale rappresenta uno dei temi centrali negli studi sulla comunicazione. Dopo le prime teorie sugli effetti dei media, che attribuivano ai mezzi di comunicazione una capacità diretta di influenza sui comportamenti degli individui, la ricerca ha progressivamente spostato l’attenzione verso forme di influenza più complesse e indirette. In particolare, gli studi hanno evidenziato come i media non determinino necessariamente ciò che le persone devono pensare, ma contribuiscano in modo significativo a stabilire su quali temi pensare, influenzando la rilevanza attribuita ai problemi presenti nello spazio pubblico. Questa prospettiva trova la sua principale formulazione nella teoria dell’Agenda Setting, elaborata negli anni Settanta dagli studiosi Maxwell McCombs e Donald Shaw. La teoria nasce dall’analisi della campagna elettorale statunitense del 1968 condotta attraverso lo studio del rapporto tra temi presenti nei media e temi considerati importanti dagli elettori. Nella ricerca pubblicata nel 1972, The Agenda-Setting Function of Mass Media, McCombs e Shaw evidenziarono una forte corrispondenza tra l’ordine di importanza attribuito dai media alle questioni politiche e la percezione della rilevanza degli stessi temi da parte del pubblico[8].
Il contributo principale della teoria consiste nel superamento dell’idea secondo cui i media esercitino il proprio potere principalmente attraverso la persuasione diretta. Secondo McCombs e Shaw, il ruolo più significativo dei mezzi di comunicazione consiste nella capacità di influenzare la rilevanzadegli argomenti, ovvero il grado di attenzione e importanza che un tema assume nella coscienza collettiva. Attraverso la selezione e la gerarchizzazione delle notizie, i media contribuiscono infatti a definire quali questioni siano percepite come primarie nell’opinione pubblica. Secondo la teoria dell’Agenda Setting gli elementi che ricevono maggiore attenzione all’interno dell’agenda mediale tendono progressivamente ad acquisire maggiore importanza anche nell’agenda del pubblico. Questo non significa che i media determinino automaticamente le opinioni individuali o stabiliscano una posizione precisa su un determinato tema, ma che possono influenzare la percezione collettiva della priorità dei problemi sociali.
Per comprendere il funzionamento dell’Agenda Setting è necessario distinguere tre dimensioni principali: agenda dei media, agenda pubblicaeagenda politica. L’agenda dei media riguarda l’insieme dei temi e degli eventi che ricevono attenzione da parte dei mezzi di comunicazione. Ogni giorno giornali, televisioni, siti informativi e piattaforme digitali operano una selezione tra una quantità potenzialmente infinita di eventi, stabilendo quali fenomeni saranno raccontati e con quale livello di visibilità. Tale processo di selezione è inevitabile, poiché lo spazio informativo è limitato e non tutti gli eventi possono ricevere lo stesso grado di attenzione. L’agenda pubblica riguarda invece i temi che il pubblico considera maggiormente importanti in un determinato momento storico. La percezione della rilevanza di un problema sociale dipende da numerosi fattori, ma i media rappresentano una delle principali fonti attraverso cui gli individui acquisiscono informazioni su fenomeni che non sperimentano direttamente. Infine, l’agenda politicacomprende le questioni che entrano nelle priorità delle istituzioni e dei decisori pubblici. I problemi maggiormente presenti nel dibattito pubblico possono esercitare una pressione sulle istituzioni affinché vengano affrontati attraverso politiche, interventi normativi o strategie di gestione. Le tre agende non operano separatamente, ma sono collegate da un rapporto dinamico. I media possono contribuire a portare determinati temi all’attenzione dei cittadini, influenzando indirettamente anche le priorità della politica. Allo stesso tempo, eventi politici, decisioni istituzionali e movimenti sociali possono modificare l’attenzione dei media e orientare il dibattito pubblico.
Gli sviluppi successivi della teoria hanno ampliato il concetto originario introducendo la distinzione tra primo livello e secondo livello dell’Agenda Setting.
Il primo livello riguarda la capacità dei media di influenzare quali temi vengano percepiti come importanti. In questa prospettiva, il problema centrale è la visibilità attribuita agli eventi: un tema frequentemente presente nei mezzi di comunicazione tende ad acquisire maggiore rilevanza nella percezione collettiva.
Il secondo livello dell’Agenda Setting, sviluppato successivamente da McCombs e da altri studiosi, riguarda invece gli attributi associati ai temi rappresentati dai media[9]. Non conta soltanto quale argomento riceve attenzione, ma anche quali caratteristiche vengono messe in evidenza nel racconto di quel fenomeno. I media possono quindi influenzare non solo la rilevanza di un problema, ma anche il modo in cui esso viene interpretato.
Questa distinzione avvicina l’Agenda Setting ad altre prospettive teoriche, come il framing, poiché evidenzia come la comunicazione mediatica non operi soltanto attraverso la quantità di attenzione dedicata a un tema, ma anche attraverso le modalità narrative e interpretative con cui esso viene presentato.
La teoria dell’Agenda Setting risulta particolarmente rilevante per analizzare la percezione pubblica delle crisi ambientali e sociali. Molti fenomeni ambientali possiedono infatti caratteristiche che li rendono difficilmente percepibili attraverso l’esperienza quotidiana: il cambiamento climatico, l’innalzamento delle temperature globali, la perdita di biodiversità o il degrado degli ecosistemi sono processi complessi, spesso caratterizzati da effetti progressivi e distribuiti nel tempo. In questi casi, il ruolo dei media diventa fondamentale perché contribuisce a rendere visibili fenomeni che altrimenti potrebbero rimanere lontani dalla percezione immediata dei cittadini. La frequenza con cui una crisi viene raccontata, lo spazio dedicato all’argomento e la continuità della copertura informativa possono influenzare il livello di attenzione e preoccupazione dell’opinione pubblica. Ad esempio, se i media dedicano per diverse settimane un’ampia copertura agli incendi in uno stato americano, attraverso immagini drammatiche, aggiornamenti continui e approfondimenti sulle conseguenze ambientali, è probabile che il pubblico attribuisca a tale evento una maggiore rilevanza rispetto ad altre crisi meno presenti nel sistema informativo. Un fenomeno altrettanto grave, come le inondazioni in un paese dell’Asia meridionale o altre emergenze climatiche in aree meno rappresentate dai media occidentali, potrebbe invece ricevere minore attenzione pubblica non necessariamente a causa della sua minore gravità oggettiva, ma per una diversa collocazione all’interno dell’agenda mediale.
Questo esempio evidenzia uno degli aspetti centrali della teoria: la rilevanza sociale di una crisi non dipende esclusivamente dalla sua dimensione materiale, ma anche dalla visibilità comunicativa che essa acquisisce nello spazio pubblico. I media contribuiscono quindi a stabilire quali problemi vengano percepiti come urgenti e quali invece rimangano marginali nel dibattito collettivo.
Nel contesto contemporaneo caratterizzato dalla moltiplicazione delle fonti informative e dalla presenza delle piattaforme digitali, il processo di costruzione dell’agenda diventa ancora più complesso. Accanto ai media tradizionali intervengono infatti nuovi attori comunicativi, algoritmi e reti sociali che contribuiscono alla circolazione e alla amplificazione dei temi. Il funzionamento dell’Agenda Setting permette quindi di analizzare come alcuni problemi acquisiscano maggiore centralità rispetto ad altri.
1.4 Gatekeeping, News Values e Framing
La produzione dell’informazione non consiste in una semplice trasmissione oggettiva dei fatti, ma è il risultato di un complesso processo di selezione, interpretazione e rappresentazione della realtà. Ogni giorno si verificano migliaia di eventi, ma soltanto una minima parte viene trasformata in notizia e raggiunge il pubblico. Inoltre, gli eventi selezionati possono essere raccontati secondo prospettive differenti, influenzando il modo in cui vengono percepiti e interpretati. Per comprendere il ruolo dei media nella costruzione della percezione delle crisi ambientali e sociali è necessario analizzare tre concetti fondamentali della teoria della comunicazione: il gatekeeping, i news values e il framing. Queste tre prospettive teoriche descrivono fasi diverse ma strettamente connesse del processo giornalistico: la selezione degli eventi, i criteri che ne determinano la notiziabilità e le modalità attraverso cui vengono presentati al pubblico.
1.4.1 Gatekeeping: chi decide cosa diventa notizia
Il concetto di gatekeeping descrive il processo attraverso il quale le informazioni vengono selezionate prima di essere diffuse dai mezzi di comunicazione. In una società caratterizzata da una quantità pressoché illimitata di eventi e informazioni, i media svolgono inevitabilmente una funzione di filtro, scegliendo quali fatti meritino attenzione e quali, invece, rimangano esclusi dal dibattito pubblico.
Il termine fu introdotto dallo psicologo sociale Kurt Lewin, che utilizzò la metafora dei “cancelli” (gates) per descrivere il percorso seguito dagli alimenti all’interno delle famiglie, osservando come, lungo il percorso, determinate persone esercitassero il potere di decidere cosa far passare e cosa escludere. Successivamente questo modello teorico venne applicato ai processi della comunicazione di massa. L’applicazione più nota al giornalismo è quella proposta da David Manning White, attraverso lo studio del giornalista soprannominato “Mr. Gates”[10]. White dimostrò che la pubblicazione delle notizie non dipende esclusivamente dall’importanza oggettiva degli eventi, ma anche dalle valutazioni soggettive del giornalista, influenzate da esperienze personali, valori professionali, orientamenti culturali e vincoli organizzativi.
Gli studi successivi hanno ampliato questa prospettiva, mostrando come il gatekeepingnon sia il risultato delle decisioni di un singolo individuo, ma di un processo complesso che coinvolge numerosi attori: giornalisti, caporedattori, direttori editoriali, editori, agenzie di stampa e, più recentemente, anche gli algoritmi delle piattaforme digitali e dei social media. La selezione delle notizie quindi è guidata dalla forza di diversi fattori. Premono in primis quelli professionali e individuali, come le convinzioni etiche, i pregiudizi mentali, il livello di preparazione del singolo professionista. Intervengono poi fattori organizzativi che includono vincoli di tempo e spazio, che spesso forzano scelte rapide e convenienti, linee editoriali, che orientano la selezione e l’esposizione delle notizie, costi economici e budget aziendali da rispettare. Altri fattori importanti sono quelli esterni, il pubblico di riferimento che porta con se aspettative e gusti precisi, la notiziabilità della notizia in un certo contesto sociale che determina cosa sia più o meno rilevante per la società, e infine pressioni di potere, gruppi di interesse, inserzionisti e governi. Negli ambienti moderni poi, gli algoritmi svolgono una funzione da protagonista nella funzione di gatekeeping.
Il gatekeeping rappresenta pertanto il primo livello di costruzione della realtà mediatica: ciò che non supera questo processo di selezione difficilmente entrerà a far parte dell’agenda informativa e, di conseguenza, della percezione collettiva dei cittadini. Nel caso delle crisi ambientali, esso assume una particolare importanza. La decisione di dedicare maggiore spazio a un’alluvione, a un incendio boschivo o alla pubblicazione di un rapporto scientifico sul cambiamento climatico contribuisce direttamente alla costruzione della percezione pubblica dell’emergenza ambientale. Ciò significa che la gravità di un fenomeno non dipende soltanto dalle sue caratteristiche oggettive, ma anche dalla quantità e dalla qualità della copertura mediatica ricevuta.
1.4.2 News Values: perché un evento diventa notizia
Se il gatekeeping spiega chi seleziona le notizie, la teoria dei news values cerca di comprendere quali caratteristiche rendano un evento sufficientemente interessante da essere considerato notiziabile. Il modello più influente è quello proposto da Johan Galtung e Mari Holmboe Ruge, i quali individuarono dodici valori-notizia che influenzano la selezione degli eventi da parte dei media.[11].
I dodici criteri di notiziabilità individuati:
- Frequenza, le notizie che si sviluppano rapidamente e rientrano nei tempi di produzione dei media hanno più probabilità di essere riportate.
- Ampiezza, eventi più grandi o con un impatto maggiore hanno più probabilità di essere notiziati.
- Non ambiguità, più un evento è chiaro e facilmente comprensibile, più è notiziabile.
- Significatività culturale, le notizie che riguardano la cultura e i valori del pubblico di riferimento sono più rilevanti.
- Consonanza, se un evento conferma le aspettative del pubblico o dei giornalisti, è più probabile che venga pubblicato.
- Imprevedibilità, eventi rari o sorprendenti hanno maggiore possibilità di essere riportati.
- Continuità, se una notizia è già nei media, è più probabile che venga seguita e sviluppata ulteriormente.
- Composizione, i media cercano un equilibrio nei contenuti (ad esempio, un mix di notizie serie e leggere).
- Riferimento a élite nazionali, eventi che coinvolgono persone influenti o istituzioni nazionali sono più notiziabili.
- Riferimento a élite internazionali, eventi che coinvolgono leader o nazioni potenti ottengono più copertura.
- Riferimento a persone comuni, le storie che riguardano individui, piuttosto che fenomeni astratti, attirano più attenzione.
- Negatività, le notizie negative (conflitti, tragedie, crisi) tendono a ricevere più copertura rispetto a quelle positive.
Successivamente, Harcup e O’Neill (2001; 2017) hanno rivisto hanno aggiornato questo modello, adattandolo ai cambiamenti del sistema dell’informazione contemporaneo e includendo nuove dinamiche legate al giornalismo digitale, sintetizzando i principali criteri di notiziabilità[12]:
- Conflitto, poiché le contrapposizioni politiche, economiche o sociali generano interesse e favoriscono una narrazione coinvolgente.
- Novità, in quanto le informazioni nuove o inattese possiedono un valore informativo superiore rispetto agli eventi ordinari o ripetitivi.
- Prossimità, sia geografica sia culturale, che rende più rilevanti gli avvenimenti percepiti come vicini alla vita quotidiana dei destinatari.
- Impatto, ovvero la capacità dell’evento di coinvolgere un numero elevato di persone o di produrre conseguenze significative.
- Rilevanza, intesa come importanza politica, economica o sociale dell’evento o degli attori coinvolti.
- Personificazione, che consiste nel raccontare fenomeni complessi attraverso le esperienze individuali di persone facilmente identificabili dal pubblico.
- Eccezionalità, cioè la presenza di elementi insoliti, sorprendenti o spettacolari che rendono l’evento maggiormente degno di attenzione.
Questi criteri non operano isolatamente, ma si combinano tra loro nella pratica giornalistica. Un evento che presenti contemporaneamente conflitto, forte impatto sociale ed elementi di eccezionalità avrà maggiori probabilità di ricevere ampia copertura mediatica rispetto a fenomeni lenti, graduali o strutturali. Tale meccanismo risulta particolarmente rilevante nel caso delle crisi ambientali. Eventi improvvisi, come incendi, alluvioni o uragani, soddisfano numerosi valori-notizia e ricevono generalmente ampia attenzione mediatica. Al contrario, fenomeni più lenti e progressivi, come la perdita di biodiversità, l’erosione del suolo o l’aumento costante delle temperature medie, pur avendo conseguenze potenzialmente molto più gravi, incontrano maggiori difficoltà nel diventare notizie di primo piano.
1.4.3 Framing: come viene raccontata una notizia
Dopo aver selezionato un evento e averne riconosciuto la notiziabilità, i media compiono un’ulteriore operazione fondamentale: decidono come raccontarlo. Questo processo è definito framing e riguarda il modo in cui un evento viene interpretato, organizzato e presentato al pubblico. Il concetto di frame è stato introdotto dal sociologo Erving Goffman, secondo il quale gli individui interpretano la realtà attraverso schemi cognitivi che consentono di attribuire significato agli eventi.[13] I media contribuiscono alla costruzione di tali schemi proponendo specifiche chiavi di lettura della realtà. Successivamente Robert M. Entman ha definito il framing come il processo mediante il quale alcuni aspetti della realtà vengono selezionati e resi maggiormente salienti all’interno di un testo comunicativo, allo scopo di promuovere una particolare interpretazione del problema, individuarne le cause, formulare valutazioni morali e suggerire possibili soluzioni[14].
Il frame si costruisce attraverso molteplici elementi della comunicazione giornalistica, tra cui:
- il linguaggio utilizzato, che può enfatizzare o attenuare la gravità di un fenomeno;
- le immagini, capaci di orientare la risposta emotiva del pubblico;
- il titolo, che rappresenta spesso il primo elemento interpretativo dell’intera notizia;
- il punto di vista, determinato dalla scelta delle fonti e degli attori ai quali viene attribuita maggiore visibilità;
- il contesto, ovvero le informazioni aggiuntive che permettono di comprendere le cause e le conseguenze dell’evento.
L’importanza del framing risulta particolarmente evidente nella comunicazione delle crisi ambientali. Una medesima alluvione può essere descritta come un semplice disastro naturale, enfatizzando l’imprevedibilità degli eventi atmosferici; come una conseguenza del cambiamento climatico, richiamando le responsabilità legate alle emissioni di gas serra; come un fallimento delle politiche pubbliche, mettendo in evidenza la carenza di interventi di prevenzione; oppure come una questione economica, concentrando l’attenzione sui danni subiti dalle imprese e dai territori. Sebbene il fatto raccontato sia lo stesso, ciascuna di queste cornici interpretative conduce il pubblico a formulare spiegazioni differenti e ad attribuire responsabilità diverse. In questo senso, il framing rappresenta uno dei principali strumenti attraverso cui i media contribuiscono alla costruzione della realtà percepita
Nel loro insieme, le teorie del gatekeeping, dei news values e del framing mostrano come la comunicazione non sia un semplice riflesso della realtà, ma un processo di costruzione sociale del significato.
1.5 Economia dell’attenzione e bias cognitivi
L’evoluzione del sistema mediatico, accelerata dalla diffusione di Internet e delle piattaforme digitali, ha profondamente modificato il rapporto tra individui e informazione. Se nel passato il problema principale era l’accesso limitato alle notizie, oggi la sfida consiste nel gestire un flusso continuo e pressoché illimitato di contenuti. Ogni giorno i cittadini sono esposti a migliaia di informazioni provenienti da giornali online, televisioni, siti web, blog, social network e servizi di messaggistica, in un ambiente comunicativo caratterizzato da una costante sovrabbondanza informativa. In questo scenario, la risorsa realmente scarsa non è più l’informazione, bensì l’attenzione delle persone.
1.5.1 L’economia dell’attenzione
Il concetto dieconomia dell’attenzione (attention economy) trova le sue origini nelle riflessioni dell’economista e premio Nobel Herbert A. Simon, il quale osservava già negli anni Settanta che «una ricchezza di informazioni genera una povertà di attenzione»[15]. Secondo Simon, l’aumento esponenziale delle informazioni disponibili rende inevitabile una competizione tra i diversi contenuti per conquistare una risorsa limitata: la capacità cognitiva degli individui di prestare attenzione. Quest’ultima rappresenta la vera valuta dell’economia contemporanea, poiché da essa dipendono la visibilità dei contenuti, la raccolta pubblicitaria e, più in generale, il successo economico.
Con l’avvento dell’economia digitale questa intuizione è divenuta ancora più attuale. Le principali piattaforme online non competono soltanto per offrire contenuti, ma soprattutto per massimizzare il tempo che gli utenti trascorrono al loro interno. L’attenzione si trasforma così in una vera e propria risorsa economica, dalla quale dipendono i ricavi pubblicitari, la raccolta di dati personali e la redditività delle piattaforme digitali.
In questo contesto, la produzione dell’informazione è sempre più orientata verso contenuti capaci di catturare rapidamente l’interesse del pubblico. Le redazioni operano in un ambiente altamente competitivo, nel quale il successo di una notizia è misurato non soltanto dalla sua rilevanza sociale, ma anche dalla capacità di generare traffico, condivisioni e coinvolgimento. Tale dinamica favorisce spesso la produzione di contenuti dal forte impatto emotivo, titoli accattivanti (clickbait), immagini spettacolari e narrazioni costruite per suscitare sorpresa, indignazione o paura. La logica dell’economia dell’attenzione tende quindi a privilegiare i contenuti più coinvolgenti e capaci di generare interazioni, visualizzazioni, condivisioni, commenti e “mi piace”, rispetto a quelli più approfonditi, contribuendo a modificare i criteri tradizionali della comunicazione giornalistica.
1.5.2 Overload informativo, piattaforme digitali e algoritmi
L’enorme quantità di contenuti disponibili determina il fenomeno dell’overload informativo, ovvero una condizione nella quale il volume delle informazioni supera la capacità degli individui di elaborarle in modo efficace. Di fronte a un eccesso di stimoli, le persone tendono inevitabilmente a selezionare solo una parte delle informazioni disponibili, affidandosi spesso a scorciatoie cognitive o ai sistemi di filtraggio messi a disposizione dalle piattaforme digitali.
In questo contesto assumono un ruolo centrale gli algoritmi, ovvero procedure matematiche progettate per organizzare, classificare e ordinare enormi quantità di dati. Nel linguaggio comune il termine viene spesso utilizzato per indicare i sistemi che determinano quali contenuti vengono mostrati agli utenti sulle piattaforme digitali. Sebbene tali algoritmi siano estremamente complessi e differiscano tra una piattaforma e l’altra, essi condividono una caratteristica fondamentale: selezionano le informazioni ritenute maggiormente rilevanti sulla base dei comportamenti degli utenti. A differenza del giornalismo tradizionale, dove il processo di selezione era affidato prevalentemente ai professionisti dell’informazione, nelle piattaforme digitali una parte significativa del gatekeeping è svolta da sistemi automatizzati. Gli algoritmi analizzano una molteplicità di variabili – tra cui cronologia di navigazione, interessi dichiarati, contenuti visualizzati, tempo di permanenza, interazioni e rete di contatti – per costruire un flusso informativo personalizzato. Ogni utente visualizza quindi un ambiente comunicativo differente, modellato sulla base delle proprie preferenze e dei propri comportamenti online.
Questi sistemi analizzano le preferenze degli utenti, i loro comportamenti online e le precedenti interazioni, proponendo contenuti ritenuti maggiormente rilevanti o coinvolgenti. Gli algoritmi non determinano necessariamente quali contenuti siano veri o falsi, ma incidono in modo significativo sulla loro visibilità. Di conseguenza, la probabilità che un evento venga conosciuto e discusso dipende sempre più dalla sua capacità di generare interazioni, condivisioni e coinvolgimento emotivo. Si instaura così una costante competizione per l’attenzione, nella quale media tradizionali, piattaforme digitali, influencer e utenti competono per conquistare uno spazio limitato nella sfera cognitiva del pubblico. In tale contesto, eventi drammatici, immagini spettacolari e contenuti emotivamente intensi hanno maggiori probabilità di emergere rispetto a fenomeni complessi, graduali o meno immediatamente percepibili.
1.5.3 I bias cognitivi nella percezione delle crisi
La selezione delle informazioni non dipende esclusivamente dai media o dagli algoritmi, ma anche dal modo in cui il cervello umano elabora la realtà. Per gestire la complessità dell’ambiente circostante, gli individui ricorrono frequentemente a scorciatoie mentali, definite euristiche, che consentono di prendere decisioni rapide ma possono generare errori sistematici di giudizio, noti come bias cognitivi.
Nel contesto della comunicazione delle crisi ambientali e sociali, alcuni bias risultano particolarmente rilevanti.
Tra i bias maggiormente rilevanti per comprendere la percezione delle crisi vi è l’Availability Heuristic (euristica della disponibilità), descritta da Tversky e Kahneman[16]. Secondo questo meccanismo, le persone tendono a valutare la probabilità o la frequenza di un evento sulla base della facilità con cui riescono a ricordarne esempi recenti. In altre parole, un evento frequentemente rappresentato dai media appare soggettivamente più comune e più importante rispetto a eventi meno visibili, indipendentemente dalla loro reale incidenza statistica. La memoria, infatti, non costituisce una fotografia oggettiva della realtà, ma è fortemente influenzata dalla ripetizione e dalla salienza emotiva delle informazioni.
Nel caso delle crisi ambientali, questo fenomeno assume particolare rilevanza. Se per settimane televisioni, quotidiani e piattaforme digitali dedicano ampia copertura agli incendi boschivi che colpiscono un determinato Paese, molti individui tenderanno a considerarli il problema ambientale più grave del momento. Parallelamente, fenomeni meno spettacolari ma altrettanto significativi – come la progressiva perdita di biodiversità, l’acidificazione degli oceani o il degrado del suolo – rischiano di essere sottovalutati semplicemente perché ricevono una minore attenzione mediatica.
Un secondo meccanismo particolarmente rilevante è il Confirmation Bias (pregiudizio di conferma), ovvero la tendenza degli individui a ricercare, interpretare e ricordare soprattutto le informazioni che confermano convinzioni già possedute, trascurando o svalutando quelle che le contraddicono[17].Questo bias rappresenta uno dei principali ostacoli alla formazione di un’opinione pubblica realmente informata, poiché riduce la disponibilità ad accogliere dati incompatibili con le proprie idee. Le persone tendono infatti a selezionare fonti considerate affidabili perché coerenti con il proprio orientamento politico, culturale o ideologico, attribuendo minore credibilità alle informazioni provenienti da fonti percepite come “esterne” al proprio sistema di valori.Le piattaforme digitali possono contribuire ad amplificare tale fenomeno. Attraverso la personalizzazione algoritmica, agli utenti vengono proposti contenuti simili a quelli già consultati in precedenza, rafforzando progressivamente le convinzioni esistenti. In questo modo il processo cognitivo individuale si combina con le logiche tecnologiche delle piattaforme, favorendo la formazione di ambienti informativi relativamente omogenei. Nel dibattito sul cambiamento climatico questo meccanismo risulta particolarmente evidente. Un utente convinto dell’origine antropica del riscaldamento globale tenderà a seguire fonti scientifiche e giornalistiche coerenti con tale posizione; viceversa, chi nutre dubbi sull’affidabilità della comunità scientifica potrebbe privilegiare contenuti che minimizzano il fenomeno o mettono in discussione il consenso scientifico. In entrambi i casi, la selezione delle informazioni rafforza convinzioni già esistenti, rendendo più difficile un confronto basato sull’analisi critica delle evidenze.
Tra i bias più studiati in psicologia figura anche il Negativity Bias, ossia la tendenza degli individui ad attribuire maggiore attenzione, importanza e intensità emotiva agli eventi negativi rispetto a quelli positivi. Roy Baumeister e i suoi collaboratori sintetizzano efficacemente questo principio affermando che, nella percezione umana, bad is stronger than good: le esperienze negative esercitano un’influenza psicologica più intensa rispetto a quelle positive[18]. Dal punto di vista evolutivo tale predisposizione può essere interpretata come un meccanismo di sopravvivenza. Prestare particolare attenzione ai pericoli, alle minacce e ai segnali di rischio ha infatti favorito l’adattamento della specie umana nel corso della sua evoluzione. Nel contesto contemporaneo, tuttavia, questa caratteristica cognitiva si riflette anche sul modo in cui vengono consumate le notizie.
Il Negativity Bias si combina strettamente con i news values analizzati nel paragrafo precedente. I media tendono a privilegiare eventi drammatici, conflittuali o catastrofici perché tali contenuti attirano più facilmente l’attenzione del pubblico; parallelamente, il pubblico stesso manifesta una predisposizione naturale verso questo tipo di informazioni. Si crea così un processo di rafforzamento reciproco tra criteri giornalistici e meccanismi cognitivi: le notizie negative ricevono maggiore copertura mediatica perché interessano maggiormente il pubblico, mentre il pubblico continua a prestare attenzione a tali contenuti perché il cervello umano attribuisce loro un peso emotivo superiore. Nel caso delle crisi ambientali questo fenomeno può produrre effetti ambivalenti. Da un lato, la rappresentazione di eventi estremi contribuisce ad aumentare la consapevolezza pubblica sull’esistenza dei problemi ambientali; dall’altro, una narrazione esclusivamente centrata sulla catastrofe rischia di alimentare paura, ansia e senso di impotenza, trascurando iniziative di adattamento, politiche di mitigazione e risultati positivi raggiunti dalla ricerca scientifica.
L’esposizione continua a notizie drammatiche può inoltre produrre un ulteriore effetto psicologico: la Compassion Fatigue, espressione introdotta da Charles Figley per descrivere la progressiva riduzione della risposta empatica di fronte alla ripetizione di immagini e racconti di sofferenza[19].Sebbene il concetto sia stato inizialmente elaborato per descrivere il disagio degli operatori sanitari e dei professionisti impegnati nell’assistenza alle vittime di traumi, esso è stato successivamente applicato anche agli studi sui media. Quando il pubblico viene costantemente esposto a guerre, catastrofi naturali, crisi umanitarie e disastri ambientali, la reazione emotiva iniziale tende progressivamente ad attenuarsi. La ripetizione continua delle immagini produce un effetto di assuefazione che riduce il coinvolgimento emotivo e la disponibilità ad agire.
A questo fenomeno si collega il concetto di psychic numbing elaborato da Paul Slovic, secondo il quale la sensibilità umana diminuisce all’aumentare del numero delle vittime coinvolte.[20] Paradossalmente, una singola storia personale suscita spesso una risposta emotiva più intensa rispetto a tragedie che coinvolgono migliaia di persone. Ciò spiega perché i media ricorrano frequentemente alla personificazione delle notizie, raccontando grandi crisi attraverso le vicende di singoli individui o famiglie.
Capitolo II
Rappresentazione delle crisi ambientali e sociali
Dopo aver approfondito nel capitolo precedente i principali riferimenti teorici relativi alla comunicazione e ai processi di costruzione dell’agenda mediatica, questo capitolo analizza il ruolo dei media nella rappresentazione delle crisi ambientali e sociali[CR1] .
2.1 L’informazione sulle crisi ambientali e sociali
Nelle società contemporanee, la conoscenza della maggior parte degli eventi che interessano il contesto nazionale e internazionale non deriva dall’esperienza diretta degli individui, bensì dalle informazioni diffuse dai mezzi di comunicazione. La realtà sociale viene infatti conosciuta prevalentemente attraverso un processo di mediazione, nel quale giornali, televisione, radio e, più recentemente, piattaforme digitali e social media svolgono un ruolo fondamentale nella selezione, interpretazione e diffusione degli eventi. I media non si limitano quindi a trasmettere informazioni, ma contribuiscono attivamente alla costruzione della realtà sociale, cioè il risultato di un processo di costruzione condivisa. In questa prospettiva, la rappresentazione delle crisi ambientali e sociali non dipende esclusivamente dalla loro gravità oggettiva, ma anche dalle modalità con cui vengono raccontate e inserite nel discorso pubblico.
Il ruolo dei media risulta particolarmente significativo, poiché la maggior parte di esse si verifica in contesti geograficamente lontani o coinvolge fenomeni che la popolazione non sperimenta direttamente. Guerre, carestie, crisi umanitarie, siccità, perdita della biodiversità o cambiamento climatico diventano quindi “reali” per il pubblico principalmente attraverso la loro rappresentazione mediatica. La visibilità attribuita a tali eventi influenza il livello di conoscenza, la percezione del rischio e, di conseguenza, la mobilitazione dell’opinione pubblica.[21] La frequenza con cui una crisi viene trattata, il rilievo assegnato alle notizie e la continuità della copertura contribuiscono infatti a determinarne la salienza nell’opinione pubblica. In questo senso, la percezione della gravità di una crisi non coincide necessariamente con il suo impatto reale, ma dipende anche dalla posizione che essa occupa nell’agenda mediatica.
2.1.1 Il ruolo dei media nella rappresentazione delle crisi ambientali
Le crisi ambientali presentano caratteristiche comunicative particolarmente complesse. A differenza degli eventi improvvisi, esse si sviluppano spesso attraverso processi lenti, progressivi e cumulativi, difficili da rappresentare secondo i tradizionali criteri della notiziabilità.
Il cambiamento climatico rappresenta probabilmente l’esempio più significativo. Pur essendo riconosciuto dalla comunità scientifica come una delle principali minacce globali dell’ultimo secolo, esso fatica a mantenere una presenza costante nell’informazione quotidiana. La sua natura sistemica, l’assenza di un momento preciso di inizio o di conclusione e la difficoltà di attribuire singoli eventi a un’unica causa rendono complessa la costruzione di una narrazione giornalistica continua (Boykoff & Boykoff, 2007).
Un discorso analogo riguarda fenomeni come la desertificazione, la perdita di biodiversità o l’inquinamento degli oceani. Pur producendo conseguenze profonde sugli ecosistemi e sulle comunità locali, tali crisi ricevono spesso un’attenzione limitata rispetto ad eventi improvvisi quali incendi boschivi, uragani o alluvioni, che offrono immagini spettacolari e una maggiore immediatezza narrativa. Ad esempio, gli incendi che hanno colpito l’Australia tra il 2019 e il 2020 hanno occupato per settimane le prime pagine dei media internazionali grazie all’elevata disponibilità di immagini drammatiche e alla rapidità dell’evoluzione degli eventi. Al contrario, il progressivo degrado della Foresta Amazzonica o lo scioglimento dei ghiacciai alpini, pur rappresentando fenomeni di enorme rilevanza ambientale, ricevono generalmente una copertura discontinua, spesso limitata alla pubblicazione di nuovi rapporti scientifici o al verificarsi di eventi eccezionali.
2.1.2 Il ruolo dei media nella rappresentazione delle crisi sociali e umanitarie
Anche le crisi sociali seguono dinamiche comunicative differenti a seconda delle loro caratteristiche.
Le emergenze improvvise, come il terremoto di Haiti del 2010, il terremoto in Turchia e Siria del 2023 o l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, generano generalmente una copertura mediatica intensa e immediata. La presenza di immagini, testimonianze dirette, vittime identificabili e aggiornamenti continui favorisce una forte attenzione sia dei media sia dell’opinione pubblica. Diversamente, crisi protratte nel tempo come quelle che interessano lo Yemen, il Sudan, la Repubblica Democratica del Congo o la regione del Sahel tendono progressivamente a scomparire dall’agenda mediatica, pur continuando a coinvolgere milioni di persone. L’assenza di sviluppi percepiti come “nuovi”, la complessità geopolitica e la difficoltà di mantenere elevato l’interesse del pubblico contribuiscono alla loro progressiva invisibilità (Moeller, 1999). Questa differenza dimostra come la copertura giornalistica non sia proporzionale alla gravità delle conseguenze umanitarie. Alcune delle crisi più severe a livello globale ricevono infatti una visibilità estremamente ridotta, alimentando quello che numerose organizzazioni umanitarie definiscono il fenomeno delle “crisi dimenticate”.
2.1.3 Crisi improvvise e crisi croniche: due modelli comunicativi differenti
Dal punto di vista della comunicazione è possibile distinguere due principali categorie di crisi: le crisi improvvise (sudden-onset crises) e le crisi croniche (slow-onset crises).
Le prime sono caratterizzate da un evento improvviso, delimitabile temporalmente, che interrompe la normalità e produce effetti immediatamente visibili. Rientrano in questa categoria terremoti, alluvioni, uragani, incendi boschivi, attentati terroristici e incidenti industriali. La loro eccezionalità favorisce una rapida mobilitazione dei media e dell’opinione pubblica, determinando generalmente un’elevata copertura concentrata nelle fasi iniziali dell’emergenza.
Le crisi croniche, invece, si sviluppano lentamente e producono conseguenze cumulative nel tempo. Il cambiamento climatico, la desertificazione, la povertà strutturale, la fame, la perdita della biodiversità e le crisi migratorie rappresentano esempi di fenomeni che non possono essere ricondotti a un singolo evento, ma derivano dall’interazione di fattori economici, politici, ambientali e sociali.
Questa distinzione assume particolare rilevanza dal punto di vista giornalistico. Mentre le crisi improvvise rispondono efficacemente ai criteri della notiziabilità — novità, conflitto, drammaticità, imprevedibilità e disponibilità di immagini — le crisi croniche risultano meno compatibili con le logiche produttive dell’informazione contemporanea, fondate sulla ricerca della novità e sulla competizione per l’attenzione del pubblico.
Negli ultimi due decenni l’evoluzione dell’ecosistema digitale ha modificato profondamente il modo in cui le crisi vengono raccontate. La diffusione delle piattaforme online ha trasformato il flusso informativo in un processo continuo, caratterizzato da aggiornamenti in tempo reale, elevata velocità di pubblicazione e forte competizione tra contenuti. I social media rappresentano oggi una fonte primaria di informazione per una parte della popolazione e consentono una diffusione immediata di immagini, testimonianze e contenuti prodotti direttamente dai cittadini. Questo fenomeno può contribuire a dare visibilità a crisi trascurate dai media tradizionali, ma allo stesso tempo accentua la competizione per l’attenzione. Gli algoritmi privilegiano infatti contenuti capaci di generare coinvolgimento emotivo, interazioni e condivisioni, favorendo spesso eventi spettacolari o altamente polarizzanti. In tale contesto, la permanenza di una crisi nello spazio pubblico diventa sempre più breve e dipende dalla capacità di mantenere elevato l’interesse del pubblico[CR2] .
2.2 La selezione delle notizie e i criteri di notiziabilità
La quantità di informazioni prodotte e diffuse quotidianamente rende impossibile per i media offrire una rappresentazione completa di tutti gli eventi che si verificano nel mondo. La selezione delle notizie costituisce, pertanto, una componente strutturale del processo giornalistico: tra una molteplicità di avvenimenti possibili, alcuni vengono trasformati in notizie e acquisiscono visibilità pubblica, mentre altri rimangono ai margini dell’attenzione. Tale processo non è casuale, ma è orientato da una serie di criteri di notiziabilità, o news values, già analizzati nei capitoli precedenti, che permettono ai professionisti dell’informazione di stabilire quali eventi possiedano caratteristiche sufficientemente rilevanti da meritare la copertura mediatica.
I criteri di notiziabilità riguardano, tra gli altri, la rilevanza dell’evento, la sua prossimità geografica e culturale, il numero di persone coinvolte, la presenza di soggetti o istituzioni considerate autorevoli, il carattere eccezionale o inatteso dell’avvenimento, la possibilità di raccontarlo attraverso immagini e testimonianze e la sua capacità di suscitare interesse o coinvolgimento emotivo nel pubblico. A questi elementi si aggiungono la disponibilità di informazioni e fonti, la compatibilità dell’evento con i tempi e i formati dei diversi mezzi di comunicazione e la possibilità di inserirlo all’interno di una narrazione facilmente comprensibile. I news values non devono quindi essere considerati esclusivamente come caratteristiche intrinseche degli eventi, ma come criteri attraverso i quali la realtà viene organizzata e resa comunicabile. Questi meccanismi assumono particolare rilevanza nel caso delle crisi ambientali e sociali. Un terremoto di forte intensità, un’alluvione improvvisa o un conflitto armato che produce immediatamente vittime e distruzioni presenta, infatti, numerosi elementi tradizionalmente associati alla notiziabilità: è un evento improvviso, facilmente identificabile nel tempo e nello spazio, produce conseguenze visibili e può essere accompagnato da immagini spettacolari, testimonianze dirette e aggiornamenti continui. La presenza di vittime, danni materiali e situazioni di emergenza facilita inoltre la costruzione di una narrazione basata sull’urgenza e sull’impatto umano. Al contrario, molte crisi ambientali e sociali si sviluppano progressivamente e risultano difficili da ricondurre a un singolo evento. Il cambiamento climatico, la desertificazione, l’insicurezza alimentare, la povertà estrema o le conseguenze di una crisi sanitaria e sociale possono produrre effetti significativi nel corso di anni o decenni. La loro natura strutturale e cumulativa rende più complessa la trasformazione di tali fenomeni in notizie immediatamente riconoscibili. Non esiste necessariamente un momento preciso nel quale la crisi “inizia”, né un’immagine capace di rappresentarne in modo esaustivo la complessità. La crisi, in questi casi, coincide con un processo più che con un avvenimento. È proprio questa differenza temporale a determinare una prima forma di squilibrio nella visibilità mediatica. Gli eventi improvvisi sono particolarmente compatibili con la logica dell’informazione contemporanea, fondata sulla necessità di fornire continuamente contenuti nuovi e aggiornamenti. Una catastrofe naturale, per esempio, può essere raccontata attraverso una successione di fasi facilmente riconoscibili: l’evento iniziale, il bilancio delle vittime, le operazioni di soccorso, le testimonianze dei sopravvissuti, l’intervento delle autorità e la ricostruzione. Una crisi lenta, invece, presenta meno “novità” facilmente individuabili e rischia di essere considerata meno urgente, anche quando le sue conseguenze complessive sono estremamente gravi.
Un ulteriore elemento riguarda la personalizzazione. Le crisi improvvise consentono spesso di concentrare il racconto su singoli individui, famiglie o comunità direttamente colpite dall’evento. La sofferenza può essere resa visibile attraverso volti, storie personali e testimonianze, trasformando un fenomeno collettivo in una narrazione concreta e immediatamente accessibile. Le crisi strutturali, invece, richiedono frequentemente l’analisi di dati, processi economici, dinamiche politiche e trasformazioni sociali di lungo periodo. La loro comprensione presuppone quindi un maggiore livello di contestualizzazione, che può risultare meno compatibile con i formati brevi e con la ricerca di immediatezza tipica dell’attuale ecosistema informativo. La maggiore difficoltà nel raccontare le crisi lente non significa necessariamente che esse siano prive di eventi notiziabili. Al contrario, il cambiamento climatico, la fame o la povertà possono entrare nell’agenda dei media quando si verificano episodi capaci di assumere caratteristiche eccezionali: una temperatura record, una grave carestia, un’alluvione devastante o la pubblicazione di un nuovo rapporto scientifico. In questi casi, il fenomeno strutturale viene spesso raccontato attraverso un evento specifico che funziona da “innesco” narrativo. Il rischio è tuttavia che l’attenzione si concentri sul singolo episodio senza riuscire a mantenere nel tempo la consapevolezza del problema più ampio.
È in questo quadro che può essere introdotto il concetto di media logic, inteso come l’insieme delle modalità attraverso cui i media organizzano, selezionano e presentano la realtà in funzione delle proprie caratteristiche, dei propri linguaggi e delle proprie esigenze produttive. La media logic tende a privilegiare contenuti che possono essere trasformati in narrazioni semplici, riconoscibili e facilmente fruibili, adattandoli ai tempi, ai formati e ai linguaggi propri dei diversi mezzi di comunicazione. Nel caso dell’informazione digitale, ciò significa anche confrontarsi con la rapidità della circolazione dei contenuti e con meccanismi di visibilità determinati, almeno in parte, dalle logiche delle piattaforme. Un fenomeno collegato è quello della spettacolarizzazione dell’informazione. La spettacolarizzazione non implica necessariamente la falsificazione dei fatti, ma riguarda il modo in cui gli eventi vengono rappresentati attraverso elementi capaci di accentuarne l’impatto emotivo e visivo. Nel racconto delle crisi, ciò può tradursi nella centralità attribuita a immagini drammatiche, scene di distruzione, testimonianze individuali, conflitti e situazioni di emergenza. Tali elementi possono contribuire a rendere una crisi maggiormente comprensibile e coinvolgente per il pubblico, ma possono anche produrre una rappresentazione parziale del fenomeno, privilegiando ciò che è immediatamente visibile rispetto alle cause profonde e agli sviluppi di lungo periodo. La spettacolarizzazione evidenzia quindi una tensione fondamentale nell’informazione sulle crisi: da un lato, rendere un problema visibile e attirare l’attenzione del pubblico può essere indispensabile per stimolare consapevolezza e mobilitazione; dall’altro, l’enfasi sugli aspetti eccezionali e drammatici può contribuire a oscurare la dimensione strutturale della crisi. Una catastrofe può ricevere una copertura intensa nei giorni immediatamente successivi all’evento, mentre le condizioni che hanno contribuito a determinarla o che continueranno a produrre conseguenze nel lungo periodo possono ricevere uno spazio molto più limitato.
I criteri di notiziabilità contribuiscono dunque a costruire una gerarchia della visibilità delle crisi. Non tutte le emergenze possiedono la stessa capacità di entrare nell’agenda dei media e di rimanervi nel tempo. Come abbiamo visto gli eventi improvvisi, drammatici e visivamente rappresentabili risultano più compatibili con le logiche dell’informazione rispetto ai fenomeni lenti, complessi e privi di un punto culminante facilmente identificabile. Questa dinamica non determina soltanto quali eventi vengano raccontati, ma influenza anche il modo in cui il pubblico percepisce la rilevanza e l’urgenza dei diversi problemi.
La selezione delle notizie costituisce, pertanto, un passaggio fondamentale per comprendere il fenomeno delle crisi dimenticate. Quando una crisi non possiede caratteristiche sufficientemente compatibili con i criteri di notiziabilità, può faticare a ottenere attenzione; quando invece riesce a emergere, la sua visibilità può essere intensa ma temporanea. Il problema non riguarda quindi esclusivamente l’assenza di una crisi dai media, ma anche la difficoltà di mantenere l’attenzione su fenomeni che, pur continuando a produrre conseguenze, cessano di essere percepiti come nuovi. È proprio questa dinamica che conduce al tema del ciclo di vita delle notizie, attraverso il quale è possibile analizzare come l’attenzione mediatica nasca, raggiunga un picco e progressivamente diminuisca.
2.3 Il ciclo di vita delle notizie
La selezione delle notizie non si esaurisce nel momento in cui un evento viene riconosciuto come degno di attenzione da parte dei media. Una volta entrata nel sistema dell’informazione, infatti, una notizia attraversa un processo dinamico caratterizzato da diverse fasi: dalla sua comparsa iniziale alla progressiva crescita dell’attenzione, fino al declino e, in molti casi, alla sua scomparsa dal dibattito pubblico. Il concetto di ciclo di vita delle notizie consente quindi di comprendere non soltanto quali eventi riescano a ottenere visibilità, ma anche per quanto tempo tale visibilità riesca a mantenersi.
La prima fase corrisponde alla nascita della notizia. Un evento può diventare notizia quando presenta caratteristiche ritenute rilevanti secondo i criteri di notiziabilità, ma anche quando viene reso accessibile ai media attraverso fonti istituzionali, agenzie di stampa, testimoni, organizzazioni umanitarie o, sempre più frequentemente, attraverso i social media. Nel caso delle crisi ambientali e sociali, la visibilità iniziale può essere determinata dalla dimensione dell’evento, dal numero di persone coinvolte, dalla presenza di immagini particolarmente significative o dalla possibilità di individuare con chiarezza un momento di rottura. Un’alluvione o un conflitto armato, per esempio, presentano spesso un inizio facilmente identificabile e possono essere immediatamente trasformati in contenuti audiovisivi.
Dopo la comparsa iniziale, alcune notizie attraversano una fase di crescita dell’attenzione. La rilevanza attribuita all’evento aumenta attraverso la ripetizione della copertura, gli aggiornamenti continui e la presenza di nuovi elementi che contribuiscono a mantenere l’interesse del pubblico. In questa fase si può verificare un effetto di amplificazione: più una notizia viene ripresa dai media, più essa diventa riconoscibile e più aumenta la probabilità che altri mezzi di comunicazione decidano di occuparsene. La crisi viene così trasformata in un tema centrale dell’agenda informativa e può raggiungere anche l’agenda politica e istituzionale.
Il picco di attenzione rappresenta il momento in cui la copertura raggiunge la massima intensità. Nel caso di una crisi improvvisa, questo momento può coincidere con le ore o i giorni immediatamente successivi all’evento. La disponibilità di immagini, testimonianze e aggiornamenti in tempo reale contribuisce a rafforzare il coinvolgimento del pubblico. La televisione e, soprattutto, l’ambiente digitale permettono infatti di seguire gli sviluppi di una crisi quasi simultaneamente al suo verificarsi. La presenza costante di nuovi contenuti può produrre una forte percezione di prossimità, anche quando l’evento avviene geograficamente molto lontano.
Tuttavia, l’attenzione mediatica tende generalmente a essere temporanea. Quando diminuisce la disponibilità di informazioni nuove, quando l’evento viene sostituito da un’altra emergenza o quando il pubblico manifesta una riduzione dell’interesse, la quantità di copertura inizia progressivamente a diminuire. Si entra così nella fase di declino della notizia. Ciò non significa necessariamente che la crisi sia terminata o che le sue conseguenze siano state risolte. Al contrario, può esistere una significativa distanza tra la durata reale di una crisi e la durata della sua visibilità mediatica. Una catastrofe naturale può continuare a produrre sfollamento, perdita di reddito e problemi sanitari per mesi o anni dopo che i media hanno smesso di occuparsene.
Questa dinamica può essere interpretata attraverso il modello dell’Issue-Attention Cycle, elaborato da Anthony Downs negli anni Settanta. Secondo Downs, l’attenzione dell’opinione pubblica nei confronti dei problemi sociali tende a svilupparsi secondo una sequenza ricorrente: inizialmente il problema può essere poco considerato; successivamente emerge una fase di crescente preoccupazione, nella quale la sua gravità viene riconosciuta; segue quindi un periodo di intensa attenzione pubblica e, infine, una fase di progressivo declino dell’interesse[22]. Il problema non necessariamente scompare nella realtà: è piuttosto l’attenzione nei suoi confronti a diminuire. Il modello risulta particolarmente utile per analizzare le crisi ambientali e sociali, perché evidenzia come la percezione della rilevanza di un problema possa essere fortemente condizionata dalla sua presenza nel sistema dei media.
Il modello dell’Issue-Attention Cycle non deve tuttavia essere considerato come un processo necessariamente lineare e uniforme. Peters e Hogwood, analizzando il rapporto tra attenzione pubblica e problemi politici, mettono in evidenza come la dinamica dell’attenzione possa variare a seconda della natura della questione e delle condizioni politiche e istituzionali che la circondano. Il declino dell’attenzione, pertanto, non implica necessariamente la risoluzione del problema, ma può indicare un progressivo spostamento delle priorità dell’opinione pubblica e del sistema politico.[23]
Nel sistema informativo contemporaneo, questo ciclo appare ulteriormente accelerato dalla digitalizzazione e dai social media. La moltiplicazione delle fonti, la produzione continua di contenuti e la possibilità di ricevere aggiornamenti in tempo reale hanno modificato profondamente la temporalità dell’informazione. La velocità con cui una notizia può raggiungere un pubblico molto ampio è aumentata, ma allo stesso tempo è aumentata anche la rapidità con cui può essere sostituita da nuovi contenuti. L’attenzione diventa quindi una risorsa particolarmente contesa e il ciclo di vita di molte notizie tende a comprimersi.
L’ambiente digitale introduce inoltre una dimensione di continua competizione tra eventi e contenuti. Una crisi che in un determinato momento occupa le prime posizioni nelle piattaforme informative può perdere rapidamente visibilità quando emergono nuovi eventi capaci di generare maggiore interesse. La logica della successione e della novità può quindi favorire una rappresentazione frammentata delle crisi: l’attenzione si concentra sul momento più drammatico dell’evento, mentre diminuisce quando la situazione entra in una fase meno spettacolare ma spesso caratterizzata da problemi altrettanto rilevanti.
I social media contribuiscono a rendere ancora più evidente questa dinamica. Hashtag, immagini, video e contenuti condivisi possono determinare improvvisi picchi di attenzione, facendo emergere una crisi che precedentemente occupava una posizione marginale. Allo stesso tempo, la stessa logica virale che permette a un evento di raggiungere rapidamente milioni di persone può favorirne un altrettanto rapido superamento. La visibilità, pertanto, non coincide necessariamente con una comprensione approfondita del fenomeno: un’elevata quantità di contenuti può concentrarsi sul momento più emotivamente coinvolgente, senza garantire una conoscenza adeguata delle cause strutturali e delle conseguenze di lungo periodo.
Il ciclo di vita delle notizie permette dunque di evidenziare una contraddizione fondamentale: la durata dell’attenzione mediatica non corrisponde necessariamente alla durata o alla gravità di una crisi. Un problema può continuare a produrre effetti significativi anche quando ha perso centralità nell’informazione. In questo senso, il declino della copertura rappresenta un passaggio fondamentale per comprendere il fenomeno delle cosiddette crisi dimenticate: questioni che non hanno necessariamente cessato di esistere, ma che sono progressivamente scomparse dalla sfera dell’attenzione pubblica.
Il passaggio dal picco alla scomparsa della notizia costituisce quindi il punto di collegamento tra il ciclo di vita dell’informazionee l’invisibilità mediatica. Se l’attenzione viene distribuita secondo cicli brevi e fortemente condizionati dalla novità, dall’impatto emotivo e dalla disponibilità di immagini, le crisi caratterizzate da processi lunghi e strutturali rischiano di essere penalizzate. Analizzare il ciclo di vita delle notizie consente pertanto di comprendere come una crisi possa essere inizialmente riconosciuta e ampiamente raccontata per poi perdere progressivamente visibilità, fino a diventare marginale nel dibattito pubblico.
2.4 Invisibilità mediatica e crisi dimenticate
Nel sistema dell’informazione contemporaneo, non tutte le crisi ricevono la stessa attenzione da parte dei media. Accanto agli eventi che riescono a imporsi rapidamente nel dibattito pubblico e a ottenere una copertura intensa e prolungata, esistono situazioni caratterizzate da una presenza mediatica limitata, intermittente o quasi del tutto assente. Si tratta spesso di crisi che, pur producendo conseguenze gravi e durature sulla vita delle popolazioni coinvolte, faticano a trasformarsi in notizie capaci di competere per lo spazio e per l’attenzione del pubblico. È in questo contesto che si colloca il concetto di crisi dimenticate, con cui si fa riferimento a emergenze umanitarie, sociali o ambientali che ricevono una visibilità mediatica insufficiente rispetto alla gravità e alla durata delle loro conseguenze.
L’espressione non implica necessariamente che una crisi sia completamente assente dai mezzi di comunicazione. L’invisibilità può infatti assumere forme diverse: una crisi può essere ignorata per lunghi periodi, ricevere attenzione soltanto in occasione di eventi particolarmente drammatici oppure essere relegata a una posizione marginale rispetto alle emergenze considerate più rilevanti. Il problema, quindi, non riguarda esclusivamente la quantità di notizie prodotte, ma anche la continuità, la centralità e la capacità dell’informazione di mantenere una determinata crisi all’interno dell’agenda pubblica.
Una delle principali cause dell’invisibilità mediatica è rappresentata dalla natura stessa di molte crisi dimenticate. La differenza di tale natura si collega direttamente ai criteri di notiziabilità analizzati nei paragrafi precedenti. Un ulteriore elemento è rappresentato dalla complessità. Molte crisi ambientali e sociali non possono essere spiegate attraverso una relazione semplice tra causa ed effetto. Sono il risultato dell’interazione tra fattori economici, politici, ambientali, sociali e geopolitici e richiedono quindi tempi e competenze specifiche per essere comprese. La logica produttiva dei media contemporanei, caratterizzata dalla necessità di aggiornare rapidamente i contenuti e di competere per l’attenzione degli utenti, può entrare in tensione con la necessità di approfondimento richiesta da fenomeni di questo tipo. Ne deriva il rischio di una rappresentazione semplificata delle crisi, nella quale gli aspetti più facilmente visualizzabili o emotivamente coinvolgenti finiscono per prevalere sulle dinamiche strutturali.
Anche la distanza geografica e culturale può incidere sulla visibilità. Gli eventi che riguardano territori, popolazioni o aree percepite come più vicine al pubblico nazionale possono ottenere maggiore attenzione rispetto a crisi che si verificano in contesti lontani. La prossimità, tuttavia, non deve essere intesa soltanto in senso geografico: assumono importanza anche la percezione di familiarità, la presenza di legami politici o economici e la possibilità di individuare un elemento di connessione con il pubblico. Di conseguenza, persone colpite da crisi simili possono ricevere livelli di attenzione molto differenti a seconda del luogo nel quale vivono e del modo in cui la loro situazione viene interpretata all’interno dell’agenda mediatica. A questi fattori si aggiungono le dinamiche dell’ecosistema digitale. La moltiplicazione delle fonti di informazione e la possibilità di aggiornamento continuo hanno aumentato enormemente la quantità di contenuti disponibili, ma non hanno eliminato la scarsità della risorsa fondamentale per i media: l’attenzione del pubblico. Al contrario, la competizione per clic, visualizzazioni, condivisioni e interazioni può favorire contenuti capaci di generare una risposta immediata. Le crisi dimenticate, soprattutto quando non producono immagini nuove o eventi facilmente raccontabili, rischiano così di essere rapidamente sostituite da altre notizie considerate più urgenti, vicine o coinvolgenti.
L’invisibilità mediatica non rappresenta però soltanto un problema relativo alla quantità di informazione disponibile. Essa può avere conseguenze significative sul modo in cui una società percepisce l’importanza delle diverse emergenze. I media contribuiscono infatti alla costruzione della realtà sociale attraverso i temi che selezionano, la frequenza con cui li presentano e lo spazio che dedicano loro. Quando una crisi riceve scarsa attenzione, diminuisce anche la possibilità che il pubblico ne riconosca la rilevanza e la consideri una questione meritevole di intervento. Al contrario, una copertura intensa e continuativa può contribuire a trasformare un problema in una priorità dell’opinione pubblica e dell’agenda politica.
Si crea quindi un possibile circolo vizioso dell’invisibilità. Una crisi poco raccontata rimane poco conosciuta; una crisi poco conosciuta tende a generare una limitata pressione sull’opinione pubblica e sui decisori politici; una pressione ridotta può tradursi in minori risorse, minore mobilitazione e minore interesse da parte dei media; tale situazione contribuisce, a sua volta, a mantenere la crisi ai margini dell’attenzione. L’assenza di visibilità non determina automaticamente l’assenza di intervento, ma può rendere più difficile costruire consenso e mobilitare risorse sufficienti ad affrontare problemi caratterizzati da elevata complessità e lunga durata.
Il rapporto tra attenzione mediatica e decisione politica deve tuttavia essere considerato in termini non meccanici. I media non stabiliscono autonomamente quali problemi debbano essere affrontati dai governi e dalle istituzioni internazionali, ma possono contribuire a creare condizioni favorevoli alla loro tematizzazione pubblica. Quando una crisi riesce a mantenere una presenza significativa nell’informazione, aumenta la possibilità che essa entri nel dibattito politico, venga discussa da istituzioni e organizzazioni internazionali e diventi oggetto di campagne di sensibilizzazione e raccolte fondi. Al contrario, la ridotta visibilità può rendere più difficile mantenere nel tempo l’attenzione necessaria per affrontare crisi prive di una soluzione immediata.
In questo quadro assumono particolare importanza le organizzazioni non governative e umanitarie, che svolgono un ruolo significativo nel tentativo di contrastare l’invisibilità delle crisi. Organizzazioni come Medici Senza Frontiere, International Rescue Committee e Norwegian Refugee Council operano non soltanto attraverso interventi sul campo, ma anche attraverso attività di comunicazione, produzione di rapporti, campagne di sensibilizzazione e diffusione di testimonianze. In questo modo cercano di fornire visibilità a situazioni che difficilmente riuscirebbero a raggiungere autonomamente un pubblico internazionale.
Le ONG possono quindi svolgere una funzione di mediazione tra la crisi e il sistema dell’informazione. La loro presenza sul territorio permette di produrre dati, immagini, testimonianze e storie individuali che possono essere utilizzati dai giornalisti per raccontare fenomeni altrimenti difficili da rendere visibili. Allo stesso tempo, attraverso campagne e comunicazione diretta sui social media, queste organizzazioni possono rivolgersi al pubblico senza dipendere completamente dai tradizionali meccanismi di selezione delle redazioni. Tuttavia, anche la comunicazione umanitaria deve confrontarsi con le logiche dell’attenzione proprie dell’ecosistema contemporaneo e con il rischio di privilegiare gli aspetti più emotivi e spettacolari delle crisi.
Il contrasto all’invisibilità richiede pertanto non soltanto una maggiore quantità di informazione, ma soprattutto una diversa capacità di mantenere nel tempo l’attenzione. Nel caso delle crisi lente, il compito dell’informazione consiste nel rendere comprensibili processi che non si esauriscono nell’evento iniziale e nel collegare le singole emergenze alle loro cause strutturali. Raccontare una crisi significa, in questa prospettiva, non limitarsi alla rappresentazione del momento più drammatico, ma seguire l’evoluzione della situazione, verificare gli effetti degli interventi, dare voce alle popolazioni coinvolte e mostrare le responsabilità e le dinamiche che contribuiscono al suo protrarsi.
Le crisi dimenticate rappresentano dunque una delle principali conseguenze delle dinamiche di selezione e di consumo delle notizie analizzate nei paragrafi precedenti. La loro marginalizzazione non deriva necessariamente da una decisione esplicita di escluderle dall’informazione, ma dall’interazione tra criteri di notiziabilità, media logic, competizione per l’attenzione, durata degli eventi e caratteristiche dell’ecosistema digitale. Comprendere questi meccanismi permette di superare una concezione dell’informazione come semplice specchio della realtà: ciò che diventa visibile, così come ciò che rimane ai margini, è anche il risultato di processi di selezione e costruzione.
L’analisi dell’invisibilità mediatica costituisce, infine, il punto di passaggio verso l’esame empirico delle crisi dimenticate. Se la visibilità di una crisi può variare nel tempo e dipende dalle modalità attraverso cui essa viene selezionata, rappresentata e mantenuta nell’agenda pubblica, diventa necessario osservare concretamente quali crisi riescano a ottenere attenzione, per quanto tempo e attraverso quali forme narrative. Il capitolo successivo potrà quindi verificare tali dinamiche attraverso l’analisi dei casi studio e dei dati empirici, mettendo a confronto la gravità delle crisi con la loro effettiva presenza nel sistema dei media.
2.4.1 Il divario tra gravità e visibilità: il confronto tra crisi reali[CR3]
Le dinamiche di invisibilità mediatica precedentemente descritte possono essere osservate in maniera più concreta attraverso il confronto tra alcune crisi umanitarie reali. Un riferimento particolarmente significativo è rappresentato dal CARE Crisis Report, pubblicato annualmente da CARE International, che analizza il livello di attenzione riservato dai media internazionali a differenti emergenze umanitarie. L’analisi consente di evidenziare un elemento centrale per lo studio delle crisi dimenticate: la quantità di attenzione mediatica non è necessariamente proporzionale alla gravità della crisi, al numero di persone coinvolte o alla durata dell’emergenza.
Il rapporto relativo al 2024, realizzato attraverso il monitoraggio di 5,6 milioni di articoli online pubblicati tra gennaio e settembre in lingua araba, tedesca, inglese, francese e spagnola, ha preso in considerazione 43 crisi umanitarie che coinvolgevano almeno un milione di persone. Tra queste sono state individuate le dieci crisi che avevano ricevuto il minor livello di copertura mediatica. Il dato complessivo è particolarmente significativo: quasi la metà dei 5,6 milioni di articoli analizzati era dedicata al conflitto nella Striscia di Gaza, mentre numerose altre emergenze caratterizzate da bisogni umanitari estremamente elevati rimanevano ai margini dell’attenzione internazionale. Un primo caso emblematico è quello dell’Angola, che per il terzo anno consecutivo è risultata la crisi umanitaria meno raccontata tra quelle analizzate da CARE. Nel 2024, oltre 2,2 milioni di persone necessitavano di assistenza umanitaria a causa soprattutto della grave siccità che aveva colpito il Paese, descritta come la peggiore degli ultimi quarant’anni. Nonostante la dimensione dell’emergenza, nei primi nove mesi del 2024 sono stati pubblicati soltanto 1.956 articoli online dedicati alla crisi. Nello stesso periodo, il monitoraggio di CARE evidenzia come centinaia di migliaia di articoli fossero dedicati a eventi appartenenti all’intrattenimento e alla cultura popolare. Il caso dell’Angola è particolarmente utile perché permette di osservare concretamente le difficoltà incontrate dalle crisi lente nel raggiungere l’agenda mediatica. La siccità non coincide infatti con un singolo momento facilmente identificabile: si sviluppa progressivamente, produce conseguenze cumulative e colpisce soprattutto le condizioni di vita quotidiana delle popolazioni. La crisi alimentare e la scarsità d’acqua rappresentano fenomeni estremamente rilevanti dal punto di vista umanitario, ma meno facilmente traducibili in una sequenza continua di immagini e avvenimenti nuovi rispetto a un terremoto, a un attacco militare o a un’improvvisa catastrofe naturale. Il caso angolano conferma quindi come la struttura temporale dell’evento possa incidere sulla sua trasformazione in notizia. Un dato ancora più significativo emerge dal confronto con il 2023. Anche in quell’anno l’Angola si trovava al primo posto tra le crisi meno raccontate individuate da CARE: circa 7,3 milioni di persone risultavano bisognose di assistenza umanitaria a causa di siccità, alluvioni e fame, mentre la crisi aveva prodotto soltanto 1.049 articoli. Nello stesso periodo, il rapporto registrava 273.421 articoli relativi all’iPhone 15. Il confronto non deve essere interpretato come una semplice contrapposizione tra informazione seria e contenuti di intrattenimento, ma evidenzia lacompetizione strutturale per una risorsa limitata: l’attenzione del pubblico. La situazione dell’Angola non costituisce un caso isolato. Nel rapporto relativo al 2024, tra le crisi con il minor livello di copertura figurano anche la Repubblica Centrafricana, il Madagascar, il Burkina Faso, il Burundi, il Mozambico, il Camerun, il Malawi, lo Zambia e il Niger. Si tratta di emergenze differenti per caratteristiche e cause, ma accomunate dalla presenza di fenomeni quali povertà, insicurezza alimentare, sfollamento, siccità, cambiamento climatico e difficoltà di accesso ai servizi essenziali. Il fatto che le dieci crisi meno raccontate siano concentrate nello stesso continente rappresenta un ulteriore elemento di riflessione sulla relazione tra distanza geografica, interesse internazionale e visibilità mediatica. Il Burundi, per esempio, rappresenta un caso particolarmente interessante per comprendere la natura episodica dell’attenzione mediatica. Nel 2023 il Paese risultava tra le crisi meno raccontate, nonostante livelli estremamente elevati di povertà e malnutrizione. Il rapporto CARE osserva come tale Paese fosse riuscito temporaneamente a ottenere attenzione internazionale in seguito alla fuga di alcuni giovani giocatori di pallamano durante un torneo internazionale. Una volta terminato l’evento, tuttavia, l’attenzione mediatica si era nuovamente spostata altrove. Questo episodio mostra come una crisi strutturale possa acquisire visibilità non necessariamente quando raggiunge un livello particolarmente grave, ma quando si collega a un evento nuovo, eccezionale e facilmente narrabile.
Il confronto diventa ancora più significativo se si prendono in considerazione crisi caratterizzate da conflitti armati e forte rilevanza geopolitica. Il caso della guerra a Gaza rappresenta l’estremo opposto rispetto a quello dell’Angola. Secondo l’analisi CARE relativa ai primi nove mesi del 2024, il conflitto ha generato circa 2,7 milioni di articoli, vale a dire quasi la metà dell’intero corpus di 5,6 milioni di articoli analizzati. La differenza rispetto alle poche migliaia di articoli dedicate ad alcune delle crisi dimenticate evidenzia quanto possano essere profonde le disuguaglianze nella distribuzione dell’attenzione mediatica. La maggiore visibilità di Gaza può essere ricondotta a una combinazione di fattori già individuati nei paragrafi precedenti: la presenza di un conflitto armato, l’elevata intensità degli eventi, la possibilità di aggiornamenti continui, la disponibilità di immagini e testimonianze, il coinvolgimento di numerosi attori politici internazionali e la rilevanza geopolitica della regione. La crisi presenta dunque numerose caratteristiche compatibili con i principali criteri di notiziabilità. L’elevata frequenza degli eventi consente inoltre di alimentare un ciclo informativo continuo, nel quale ogni nuovo episodio può riattivare l’interesse dei media e del pubblico.
Un caso particolarmente utile per evitare una distinzione troppo rigida tra crisi “visibili” e “invisibili” è quello del Sudan. La guerra iniziata nell’aprile 2023 ha prodotto una delle più gravi emergenze umanitarie contemporanee, con milioni di persone costrette a lasciare le proprie abitazioni e una progressiva diffusione dell’insicurezza alimentare. Già nel gennaio 2024 CARE definiva il Sudan una crisi dimenticata, sottolineando come la dimensione della catastrofe non fosse accompagnata da un livello di attenzione mediatica e di finanziamento internazionale proporzionato ai bisogni. Il Sudan dimostra quindi che anche una crisi improvvisa può diventare progressivamente invisibile. La guerra possiede inizialmente numerosi elementi di forte notiziabilità, ma quando il conflitto si prolunga nel tempo può verificarsi una progressiva perdita di attenzione. La ripetizione degli eventi e l’assenza di una conclusione facilmente prevedibile possono ridurre la novità della notizia, mentre altre emergenze, più recenti o caratterizzate da un maggiore coinvolgimento politico internazionale, possono occupare lo spazio disponibile nell’agenda. Il caso sudanese permette pertanto di collegare direttamente il concetto di crisi dimenticata al ciclo di vita delle notizie analizzato nel paragrafo precedente.
Il confronto tra Angola, Gaza e Sudan evidenzia tre differenti configurazioni della visibilità mediatica. L’Angola rappresenta una crisi cronica e strutturale, nella quale la lentezza dei processi e l’assenza di eventi spettacolari ostacolano la produzione di attenzione. Gaza costituisce invece un esempio di crisi ad altissima intensità mediatica, nella quale conflitto, immagini, rilevanza geopolitica e aggiornamento continuo alimentano una copertura molto ampia. Il Sudan si colloca in una posizione intermedia e mostra come anche una crisi inizialmente caratterizzata da elevata notiziabilità possa perdere progressivamente centralità quando si prolunga nel tempo.
Questi casi suggeriscono quindi che la visibilità di una crisi non dipenda esclusivamente dalla sua gravità oggettiva. La presenza di milioni di persone bisognose di assistenza costituisce certamente una condizione di emergenza, ma non garantisce automaticamente un corrispondente livello di attenzione da parte dei media. La copertura è il risultato dell’interazione tra la gravità dell’evento e una serie di fattori comunicativi, temporali, geografici e politici. In questo senso, il confronto empirico conferma quanto discusso nei paragrafi precedenti relativamente alla media logic: gli eventi che meglio si adattano alle modalità di produzione e consumo delle notizie hanno maggiori probabilità di ottenere visibilità.
L’analisi dei casi reali permette inoltre di comprendere perché l’invisibilità mediatica debba essere considerata un fenomeno dinamico. Una crisi non è necessariamente “dimenticata” in modo permanente: può entrare nell’agenda in seguito a un evento eccezionale, a un cambiamento politico, a una catastrofe naturale o a una campagna di sensibilizzazione, per poi uscirne nuovamente.
In questa prospettiva, il ruolo delle organizzazioni umanitarie diventa particolarmente importante. Rapporti come quelli elaborati da CARE cercano infatti di rendere visibili proprio quelle crisi che non riescono spontaneamente a raggiungere una posizione centrale nell’agenda internazionale. La produzione e diffusione di dati, testimonianze e storie individuali permette di interrompere, almeno temporaneamente, il meccanismo attraverso cui una crisi perde progressivamente attenzione. L’obiettivo non è soltanto aumentare il numero di articoli, ma collegare la visibilità mediatica alla consapevolezza dell’opinione pubblica e alla necessità di interventi umanitari e politici.
Nel complesso, il confronto tra crisi reali evidenzia dunque un divario tra rilevanza umanitaria e rilevanza mediatica. L’Angola dimostra come una crisi di lunga durata possa rimanere quasi invisibile nonostante milioni di persone coinvolte; Gaza mostra invece come una crisi possa concentrare una quota eccezionalmente elevata dell’attenzione globale; il Sudan evidenzia infine la possibilità che anche una guerra altamente notiziabile venga progressivamente marginalizzata quando il conflitto si prolunga. Questi esempi confermano che studiare le crisi dimenticate non significa soltanto individuare quali emergenze ricevano poca copertura, ma comprendere i meccanismi attraverso cui l’attenzione viene distribuita, mantenuta o ritirata.
| Crisi | Caratteristiche | Visibilità | Dimostrazione |
| Gaza | guerra, elevata intensità, forte dimensione geopolitica | Molto alta | conflitto + immagini + rilevanza internazionale |
| Ucraina | guerra, coinvolgimento europeo e occidentale | Molto alta | prossimità geografica e politica |
| Angola | siccità, fame, crisi climatica | Molto bassa | crisi lenta e strutturale |
| Burundi | povertà, malnutrizione, sfollamento | Molto bassa | scarsa novità e distanza geografica |
| Madagascar | povertà + eventi climatici estremi | bassa | intreccio di crisi croniche |
| Sudan | guerra e crisi umanitaria | Inferiore rispetto alla gravità | esempio di crisi prolungata che perde attenzione |
[1] P. L. Berger, T. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Bologna, il Mulino, 1969
[2] M. McLuhan, Understanding Media. The Extensions of Man, New York, McGraw-Hill, 1964
[3] W. Lippmann, Public Opinion, New York, Harcourt, Brace and Company, 1922.
[4] D. McQuail, McQuail’s Mass Communication Theory, London, Sage Publications, 2010.
[5] J. B. Thompson, The Media and Modernity: A Social Theory of the Media, Cambridge, Polity Press.
[6] D. McQuail, McQuail’s Mass Communication Theory, London, Sage Publications, 2010.
[7] J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Roma-Bari, Laterza, 1971
[8] M. E. McCombs, D. L. Shaw, “The Agenda-Setting Function of Mass Media”, Public Opinion Quarterly, 1972.
[9] M. E. McCombs, Setting the Agenda: The Mass Media and Public Opinion, Cambridge, Polity Press, 2014.
[10] David Manning White, The “Gate Keeper”: A Case Study in the Selection of News, 1950
[11] Johan Galtung, Mari Holmboe Ruge, The Structure of Foreign News. The Presentation of the Congo, Cuba and Cyprus Crises in Four Norwegian Newspapers, 1965
[12] Tony Harcup, Deirdre O’Neill, What Is News? News Values Revisited (Again), Journalism studies, 2016.
[13] Erving Goffman, Frame Analysis. An Essay on the Organization of Experience, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1974
[14] Robert M. Entman, Framing: Toward Clarification of a Fractured Paradigm, Northwestern University, 1993
[15] Herbert A. Simon, Designing Organizations for an Information-Rich World, Computers, Communication, and the Public Interest, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1971
[16] Amos Tversky, Daniel Kahneman, Availability: A Heuristic for Judging Frequency and Probability, «Cognitive Psychology», 1973
[17] Raymond S. Nickerson, Confirmation Bias: A Ubiquitous Phenomenon in Many Guises, «Review of General Psychology», 1998
[18] Roy F. Baumeister, Bad Is Stronger Than Good, «Review of General Psychology», 2001
[19] Charles R. Figley, Compassion Fatigue: Coping with Secondary Traumatic Stress Disorder in Those Who Treat the Traumatized, New York, Brunner/Mazel, 1995.
[20] Paul Slovic, If I Look at the Mass I Will Never Act: Psychic Numbing and Genocide, «Judgment and Decision Making», 2007
[21] Boykoff, M. T. Who Speaks for the Climate? Cambridge University Press, 2011
[22] Downs, A. Up and Down with Ecology—The “Issue-Attention Cycle”. The Public Interest, 28, 1972, New York
[23] Peters, B. G., & Hogwood, B. W. In Search of the Issue-Attention Cycle. The Journal of Politics 47, 1985, Chicago
[CR1]Inserisci
[CR2]Bibliografia essenziale
- Berger, P. L., & Luckmann, T. (1966). The Social Construction of Reality. Anchor Books.
- Boykoff, M. T. (2011). Who Speaks for the Climate?. Cambridge University Press.
- Boykoff, M. T., & Boykoff, J. M. (2007). Climate change and journalistic norms. Geoforum, 38(6), 1190–1204.
- Castells, M. (2009). Communication Power. Oxford University Press.
- Galtung, J., & Ruge, M. H. (1965). The Structure of Foreign News. Journal of Peace Research, 2(1), 64–90.
- McCombs, M. (2004). Setting the Agenda. Polity Press.
- McCombs, M., & Shaw, D. L. (1972). The Agenda-Setting Function of Mass Media. Public Opinion Quarterly, 36(2), 176–187.
- Moeller, S. D. (1999). Compassion Fatigue. Routledge.
Sitografia istituzionale
- IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change (rapporti scientifici sul cambiamento climatico)
- UNEP – United Nations Environment Programme (crisi ambientali globali e biodiversità)
- UNHCR – Agenzia ONU per i Rifugiati (dati sulle crisi umanitarie e sui rifugiati)
- OCHA – United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (aggiornamenti sulle emergenze umanitarie)
- CARE International – Breaking the Silence Report (rapporti annuali sulle crisi umanitarie dimenticate)
- EM-DAT – The International Disaster Database (database internazionale sui disastri naturali)
[CR3]CARE – Ten humanitarian disasters that were barely reported in 2024
CARE – Breaking the Silence: Top ten humanitarian crises that didn’t make headlines in 2023
CARE – Sudan: A forgotten crisis the world must pay attention to now
